Nelle parole di MILVIA Assieme a Virginia, 18 marzo 2005 Pianventena (San Giovanni in Marignano) VIRGINIA - Hai una passione grande per il canto! MILVIA - Sono nata e vissuta a Milano, ho tre figli. Per motivi di lavoro del marito ci siamo trasferiti a Lodi per 9 anni. Poi ci siamo trasferiti in Romagna, avevo già un fratello che abitava qui da 8 anni. Abbiamo iniziato un nuovo lavoro e una nuova vita. Abbiamo abitato per due anni a Pianventena, mentre ci facevano la casa a Morciano. I figli sono andati a scuola qui, poi quando sono stati grandini ognuno ha preso la sua strada e ci hanno lasciato da soli. La maggiore è tornata a Milano e ha vissuto un po’ con la mia mamma. La seconda è rimasta qui, fa l’estetista e lavora a Morciano e ha due bambini. La terza, la più piccola, non è sposata e fa grafica pubblicitaria. Nell’infanzia vivevo coi genitori in una casa popolare, eravamo 350 famiglie, la casa era a L e prendeva 3 vie. Di queste 350 famiglie 50 erano milanesi e gli altri erano tutti immigrati. C’era molta gente che arrivava con le valigie di cartone in stazione centrale. Nella mia scala eravamo gli unici milanesi, gli altri erano bresciani, padovani. Finchè non è scoppiata la guerra questa vita era serena, mio padre lavorava, mia madre faceva la sarta per una grande sartoria di Milano. Quando era giovane la chiamavano la piccinina, portava gli scatoloni coi vestiti alle clienti. Crescendo è diventata sarta lei ed è diventata lei in prima persona a creare i modelli e mi ha trasmesso un po’ questa manualità, non per gli altri, solo per casa mia. La vita scorre tranquilla, ho tre fratelli e a un certo punto scoppia la guerra e mio padre viene chiamato al fronte e mia madre si ritrova da sola con tre figli, perché il mio quarto fratello è nato dopo una licenza di mio padre, è nato nel ’44. E’ nato sotto un bombardamento. Mia mamma ha tenuto unita la famiglia, non essendoci mio padre, lavorando, facendo la sarta. Non parlo di tutte le vicissitudini che sarebbe troppo lungo da raccontare, mia mamma è andata in ospedale con questo fagottino, io avevo 8 anni, e poi mi ha detto questo è tuo fratello, accudiscilo, lei si è messa a lavorare alla macchina da cucire. Lei stava male, ogni volta che partoriva gli venivano degli ascessi in gola. Otto anni avevo, me lo ricordo come adesso, lei il latte non l’aveva, il latte non c’era a Milano perché c’era la guerra, bisognava andare a fare 2 o 3 chilometri a piedi fino a una cascina dove abitavamo c’erano molti prati perché anche se eravamo in Milano la zona era considerata periferia, fai conto che qui c’era il duomo e laggiù i prati. E allora io andavo col mio calderino dall’unica mucca che c’era. Ho avuto tre fratelli maschi, uno più grande di me e gli altri due dopo di me. E allora scoppia questa benedetta guerra, mio padre non c’è mia madre lavora come una dannata. Poi a un certo punto Milano è diventata una cosa impossibile perché c’erano i bombardamenti notte e giorno e allora siamo andati in questo grande cascinale dove al centro della stanza c’erano i covoni col granoturco e c’eravamo creati un angolo di casa con un letto e una stufa, giusto quello, il bagno era una roba lussuosa nel campo. Il lavandino n niente, c’era un catino, si trovava l’acqua fuori. Quella era una grande cascina fatta a U, noi eravamo al retro e per prendere l’acqua dovevamo venire nel davanti della cascina e pomparci l’acqua. Però ti dirò, stavamo meglio che a Milano, perché li si mangiava. Perché mia mamma facendo la sarta, il grembiulino a uno, il pantaloncino a un altro e soldi non ne volevamo e non ne avevano neanche però l’uovo fresco della gallina, l’insalata dell’orto, ogni tanto a una gallina gli tiravamo il collo, la farina ogni tanto ce la davano. La mia mamma aveva le clienti fisse a Milano, ma gente coi soldini e dopo io bambina andavo quando mia mamma aveva confezionato, andavo a consegnare a piedi o col tram. Allora io facevo una cosa perché la mia mamma era troppo onesta faceva il biglietto tanto per il cotone, tanto per i bottoni…alla fine lei metteva fuori esclusivamente le spese e poi metteva fuori qualcosa per lei e io modificavo sempre i prezzi. E dopo quando tornavo a casa mia mamma mi diceva: ma se dopo quella li non viene più? E io dicevo: Mamma , ma quella ha la cameriera, mangia tutti i giorni. Anche mio padre, a parte che lui ha fatto la guerra, io a un certo punto sono stata molto male, ho preso un’infezione e a un certo punto io dovevo morire a sei anni, avevo più globuli bianchi che rossi, il dottore gliel’aveva già detto. Mio babbo era al fronte e l’hanno mandato nella contraerea a Linate e vista la situazione che dovevo andarmene, lo hanno fatto rientrare, lui stando a Linate poteva venire a casa una volta alla settimana per vedere come stavo e ci portava le gallette ammuffite per mangiare. In sostanza a quanto pare non son morta. Mi volevano ricoverare in ospedale e mia mamma non ha voluto perché ero piccola. Avevamo un dottore molto bravo, che ti seguivano da quando nascevi a quando morivi, allora mia mamma gli ha detto che non mi poteva seguire in ospedale perché aveva gli altri bambini e gli ha detto: lei mi dica quello che devo fare e lo seguirò alla lettera. Quella volta la mutua non so neanche se c’era. In poche parole, mia mamma mi ha salvato, ha seguito alla lettera tutto quello che doveva fare. Questa infezione mi era venuta perché ero caduta dalla bicicletta e mi era venuta una crosta sul ginocchio e l’abbiamo un po’ sottovalutata e mi è entrata nel sangue. Mi ero riempita di croste tutta la testa. Mia mamma mi metteva le bende e alla mattina le toglieva e mi venivano via tutte le croste. Ho fatto un anno così. Finita la guerra nel ’45 avevamo la casa ma non avevamo niente da mangiare, da vestire, le scarpe per andare a scuola non esistevano allora mio babbo andava al mercato e comperava le forme degli zoccoli, solo il legno e poi usava i cappellini per fare la tomaia e per non scivolare sotto la suola metteva i copertoni delle biciclette. I vestiti, a mio babbo finita la guerra gli hanno lasciato la divisa grigio-verde e pantaloni e giacca sono diventati vestiti per i miei fratelli e il cappotto di mio babbo è diventato il cappotto mio che mi stimavo da morire, perché mia mamma aveva comprato il pelo finto e io me lo ricordo ancora con tanta tenerezza. Nella nostra povertà dignitosa, quand’era Natale i soldi non ce n’erano ed era abbastanza naturale fare le cose in casa e allora a casa mia mio padre i giocattoli li faceva lui col legno, a me mi faceva delle case per le bambole tutte lavorate, mia mamma mi faceva le coprtine, i lenzuolini. Tutta fatta col traforo, gli armadi e il tavolo per la bambola. E ai miei fratelli gli faceva i carrellotti per andare nella strada, il triciclo di legno. La plastica era ancora da venire. A scuola sono andata mentre ero sfollata. La prima elementare l’ho fatta a Torino perché l’avevo iniziata a Milano, ma poi i bombardamenti, io ho visto i morti per la strada uscendo dalla scuola. Allora sono andata a scuola là, ho fatto anche la prima comunione là. Non so quanto sono rimasta là, ma un anno sicuro. Io e mio fratello l’abbiamo fatta insieme la comunione la e c’era questa usanza che si andava in giro con un cestino e si faceva il giro del cascinale e abbiamo portato a casa un sacco di farina, di uova come regalo e poi la contadina ci regalava la frutta e la verdura. Poi siamo tornati a Milano perché c’era il pericolo che ci portassero via la casa. Poi le cose molto piano si sono normalizzate. Io non mi ricordo di aver sofferto tanto per la fame. Quando è cominciato il benessere c’era solo il riso. Io sono andata a scuola, ho fatto la terza media, anche i miei fratelli hanno studiato. Abbiamo fatto una vita abbastanza normale. Mi piaceva imparare, ero impiegata e la sera andavo a scuola di stenografia, dattilografia, inglese e francese. Era una ditta di Milano che faceva le scatole di cartone e io lavoravo nell’ufficio, veniva la Barilla, mi diceva: fai una scatola di queste dimensioni e poi ci scrivi questo e questo. Ho lavorato così finché non ho conosciuto lui. L’ho conosciuto in un modo un po’ strano. Al livello di un marciapiedi c’era il negozio di frutta e verdura di mio fratello, sotto c’era il suo laboratorio, io passavo, andavo a mangiare da mio fratello quando uscivo dall’ufficio e sotto c’era lui. Io ragazza molto indipendente, a un certo punto cosa che era strana quella volta, sono andata in vacanza da sola con una mia collega d’ufficio, siamo andate a Chiavari. Ci siamo trasferiti qui nel ’77-’78. Abbiamo trovato le nostre amicizie. Per me è stata dura lasciare Milano, che avevo la metro sotto casa, là non avevo bisogno della macchina. Un giorno allora ho deciso di andare a scuola guida. E siccome avevo 3 bambini ho studiato a casa. Ora sono in pensione e ho il marito che mi fa arrabbiare perché ha fatto due infarti e ha 5 bai pass. Quando ero ragazza cantavo anche da sola le canzoncine quali Papaveri e Papere, la Giraffa Pasqualina…io son del ’36, canzoni anni 50. Nel quartiere dove abitavo io, una casa molto grande, c’era un signore che raccoglieva questi ragazzini, che non c’era ancora una parrocchia, lui allora aveva creato un gruppo di ragazzi fisarmonicisti. C’erano 20/30 ragazzi che suonavan la fisarmonica, io che cantavo canzoncine e un’altra ragazza molto brava che ballava e abbiamo fatto gli avanspettacoli a Milano. Prima del film si faceva uno spettacolo di Varietà. Questa era una cosa usuale a Milano. I migliori cinema di Milano li abbiam fatti tutti! Eravamo ragazzi. Non ci costava niente, non c’erano spese, mio padre e mia madre mi accompagnavano sempre. Dopo ti dirò, non ho più cantato, neanche a Lodi. Son venuta a Morciano e ho cominciato a fare delle amicizie, ho conosciuto una mia vicina di casa che cantava in questo coro e un giorno che è venuta a trovarmi ci siam messe a cantare. Lei, soprano favoloso, mi sente cantare e mi fa :- Tu stasera vieni alle prove con me! Così ho cominciato a cantare a Morciano, poi 10 anni fa è nato il Coro della Regina, sono andata a provare perché a Morciano si canta molto il religioso ma a Cattolica si canta l’opera, è un’altra musica! |
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Nelle parole di VALERIANO CARABELLI, marito di Milvia 18 marzo 2005 Pianventena (San Giovanni in Marignano) VALERIANO - Io sono nato a Milano da padre milanese, da nonno milanese, da bisnonno milanese il 05/05/32, ho 73 anni. Fino a che non sono andato a scuola me lo ricordo sì e no quel periodo, vagamente. Poi ho fatto la I° elementare ed eravamo nel pieno del periodo fascista, era prima del ’40, nel ‘38/ ’39. nella I° e II° elementare eravamo chiamati i Figli della Lupa. La divisa si metteva su il sabato fascista. Durante la settimana si andava a scuola normali, con degli abiti così, normali, il sabato con la divisa: calzoncini corti grigio- verdi, la camicia nera e una bandoliera a croce bianca con la M grossa di Mussolini, bianca che si vedeva da lontano. Poi in III° elementare si cambiava, si diventava Balilla: calzoncini corti grigio – verde, camicia nera e foulard al collo azzurro col medaglione con la effigie di Mussolini e il fèz, col fiocchetto nero. E in quel periodo lì mi ricordo che ci facevano imparare le canzoni di guerra, in III° elementare,le canzoni dei sommergibilisti, la guerra in Africa…” Colonnello non voglio pane/ ho la sabbia nel mio sacchetto/per oggi mi basterà/ colonnello non voglio encomi/ sono morto per la mia terra/ma la fine dell’Inghilterra incominciava da Marabù!/” Fanno parte della storia italiana. Ero in III° elementare quando c’è stato il grande bombardamento di Milano. Dove abitavo io c’era un gruppo di case di sei palazzi di tre piani l’uno, con un grande cortile e si andava su sopra la scala, in cima c’era una terrazza dove le donne andavano a stendere i panni e siamo andati su una sera io e mia mamma e a un certo punto abbiamo visto gli aerei che venivano giù da questa nuvola e bombardavano Milano. Non abbiamo potuto correre e andare nel rifugio. Ogni due/tre case c’erano i rifugi che chiamavano i rifugi antiaerei, cioè delle cantine puntellate con delle travi da puntelli di legno. Non siamo potuti andare perché venivano giù le bombe e noi avevamo la scala, in fondo alla scala c’era una cancellata che si andava giù in cantina, c’era il lavatoio ed è scoppiata una bomba vicino, talmente vicino a noi che per lo spostamento d’aria ho fatto tutti gli undici gradini senza accorgermi e mi son trovato alla cancellata in fondo aggrappato e siamo rimasti lì dalla sera alle sei fino alle due di notte. Si sentivano questi aerei pesanti che arrivavano, scaricavano, poi si alleggerivano e andavano via. E’ stato uno dei bombardamenti più terribili di Milano. Alla fine siamo tornati su sul terrazzo e vedevamo tutta Milano in fiamme, Milano che bruciava. Due sere dopo io, è risuonato l’allarme di nuovo, son diventato matto, nel senso che ho cominciato a tremare, ad aver paure, per lo shock del bombardamento di due giorni prima. E allora il giorno dopo mio padre mi ha preso siamo sfollati in Brianza, siamo andati su a Giussano. Anche io avevo gli zoccoli con la tomaia. D’estate la tela e d’inverno una tomaia più pesante. Mia madre e mio padre prendevano il tram e venivano a Milano a lavorare e io venivo a scuola e ho preso la quarta e la quinta, poi la prima media andavo a Desio, prendevo il tram la mattina e poi il pomeriggio tornavo con un contadino col cavallo e davo una mano a lavorare la terra e con lui si mangiava anche perché mi dava la verdura e la frutta, a parte che il campo era pieno di roba e non c’era bisogno di dare niente alle piante come si fa adesso. La frutta la si tirava giù dall’albero e si mangiava. E’ stato un periodo brutto anche se la guerra non l’abbiamo avuta proprio sulla pelle come qui in Romagna, però l’abbiamo avuta anche noi. Però stando sfollati in campagna si mangiava. Mio padre lavorava all’Alfa Romeo e faceva il collaudatore di camion ed è una cosa che adesso non esiste più. Viaggiava di giorno e notte, con la pioggia, con la neve. Mio babbo ha fatto 200.000 Km senza spegnere il motore, quando si fermavano la sera per mangiare non spegnevano il motore. Poi guidavano tutta la notte. Io ho cominciato a 14 anni ad andare in un negozio di radio le riparavo e le costruivo anche. Poi sono andato a lavorare in centro a Milano e facevamo degli apparecchietti di pubblicità, erano delle scatole con su lo specchio trasparente senza la vernice, dietro lo specchio c’era una figura disegnata con le lampadine, quando le lampadine si accendevano, la figura usciva dallo specchio. Ne abbiamo fatto uno grande con tante caselle e l’avevamo messo in un cinematografo. Poi sono andato a lavorare in una fabbrica di lampadari e li è stata dura. Io arrivavo la mattina e c’era una montagna di pezzi di lampadari e lavoravo a cottimo. Dopo sono andato militare, ho fatto 17 mesi a Pordenone in artiglieria corazzata, è stato spassoso, un divertimento da morire. Facevamo i gavettoni e non si litigava. Quando ero un anziano, ho scommesso 50 lire con una recluta che la notte gli facevo un gavettino. Mi sono alzato e gli ho rovesciato una bottiglia in faccia. Facevamo campo estivo sul fiume e dormivamo nelle tende e ci davano i teli da attaccare insieme e dormivamo nei sacchi di paglia. Al mattino facevamo pari o dispari di chi aveva lo scorpione sotto la schiena. Io ero meccanico sui mezzi corazzati. C’era un carro armato in mezzo al Tagliamento e mi hanno chiamato per andarlo a riparare e la squadra che era su quel carro armato ha tirato fuori una latta di benzina e qualcuno, non si sa perché, forse fumava, si è incendiata e tutti sono scappati. Io sono salito sul carro armato, mi sono seduto sopra e ho spento l’incendio e mi sono preso una settimana di licenza premio. Quando sono andato a casa ho continuato a lavorare nel negozio di lampadari ma non mi piaceva stare sotto padrone e mi sono aperto quel laboratorio dove poi ho conosciuto lei. Il giorno lavoravo e la sera andavo a scuola al Castello Sforzesco di Milano e ho imparato il disegno d’arte e dopo mi sono messo in proprio poi ho fatto una società e poi uno stabilimento grosso a Lodi e io disegnavo i modelli e importavamo i cristalli dalla Cecoslovacchia e da Swarowsky. Poi ci sono delle vicissitudini quando si è in società. Siamo venuti qua e con mia cognata abbiamo aperto un laboratorio di elettronica e facevamo i pezzi per gli organi Galanti. |
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Nelle parole di IRIDE 31 marzo 2005 Montalbano (San Giovanni in Marignano) IRIDE - Sono nata nel 1925, il 13 febbraio. E’ 57 anni che abito qui, mi sono sposata qui però sono nata a Fanano. Ho lavorato, ho fatto molti sacrifici nella mia vita. Sono stata nella squadra e nell’albergo. Nella squadra significa a trebbiare. Io, a casa mia non mi è mancato niente, eravamo 4 sorelle e 2 fratelli, i genitori stavano bene, dopo c’è stata la malattia. Sai, è andata a finir male, mio fratello è morto in acqua, c’è stata la guerra, i miei genitori hanno molto sofferto….. Ho lavorato e ho tirato avanti, mi sono sposata e ho avuto 3 maschi e una femmina e ho i nipoti che mi vogliono tutti bene. Io penso di fare il mio dovere e non mi posso lamentare. Da quando mi sono sposata sono stata sempre qui, avevo 20 anni quando mi sono sposata. Mi sono sposata perché sono restata incinta e ho fatto due gemelli, ma non li ho portati avanti. Mio marito ha fatto la guerra. Il marito non ce l’ho più, è dura, adesso sono con la figlia e con il genero. I figli fanno uno l’idraulico e uno adesso è sindaco. La mia fiola lei lavora da bidella. Prima di sposarmi facevo la sarta. Quando mi sono sposata la mia suocera mi diceva che s’nun s’lavor nun s’magna e facevo la sarta da uomo in casa. Dopo coi figli…. E poi la casa non mi piace tenerla sporca. Sono andata all’albergo. E poi sono stata alla squadra 4 anni. …… Ero 45 chili. La gente mi guardava. Ho fatto i sacrifici. Quando andavamo a fare la trebbiatura, ci svegliavamo alle 4 col lavoro….. Si tornava a casa a mangiare e poi si ricominciava fino a notte. Adesso ho tutti i mali. Però ero felice con mio marito ma ho fatto i sacrifici, ho avuto un figlio con la poliomelite. Mio marito dopo che è tornato a casa dalla guerra è sempre stato malato, ha dovuto fare le trasfusioni, era malato di reni. A me non mi ha fatto mancare niente, però da quando è andato via manca sempre. Lui faceva un brutto lavoro, faceva il stracciaiolo, faceva arrabbiare le mie amiche, chel spurch, sa ca gli straz!…. Con la bicilcletta portava il peso. Per 8 anni ho lavorato alla colonia coi bambini e 6 anni all’albergo. Della guerra mi ricordo che ancora non ero sposata, i tedeschi, io piangevo, mi venivano vicino, io avevo paura, è meglio non ricordarlo. A scuola ho fatto la seconda…. Una volta era così, non mi ricordo niente della scuola. Ricordo i miei fratelli, le mie sorelle. Mamma e papà anche se sono morti ho sempre il loro pensiero. Mia mamma faceva la casalinga e mio babbo faceva l’operaio. Io c’ho un fratello impiegato e quell’altro muratore. Non mi è mancato niente a casa mia, dopo che mi son sposata ho fatto i sacrifici, che dopo la vita cambia, però sono felicissima, non mi posso lamentare. I figli sono venuti su bene, quello che è stato tanto male ha il suo lavoro, è contento. Per divertirci, c’erano le feste coi contadini, con la fisarmonica che si cantava e si ballava, nelle case. Mia sorella aveva sposato un contadino. Non abbiam sofferto la fame. Si mangiava molto la pasta fatta in casa, cappelletti, tagliatelle. La mia mamma com’era brava a fare i cappelletti! Avevamo il forno a casa mia, facevamo il pane. |
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Nelle parole di CESIRA AMADORI 31 marzo 2005 Montalbano (San Giovanni in Marignano) CESIRA - Mi chiamo Cesira Amadori, sono nata a Urbino ed è 36 anni che sto in Romagna, qui a Montalbano e sono nata il 3-3-31, so vecchia! Io sono bisnonna. Di nipoti ce ne ho 8 e bisnipoti 1, ho quattro figli 3 femmine e un maschio. Mi son trasferita qui perché a Urbino c’era poco lavoro e qua avevo i miei nonni e così ho lasciato i genitori, la sorella e il fratello. Mi son sposata nel ’51 e mi sono trasferita nel ’68. Dal ’51 al ’68, ho fatto 6 anni di Svizzera per lavoro e poi ho comprato la casa qua… In Svizzera mio marito era muratore e io invece ero nella fabbrica dei materassi, cucivo i materassi. Siamo stati abbastanza bene. C’era il pensiero dei figli che erano in Italia. Io mi sono trovata bene, ci hanno accolto bene, erano bravi. Avevamo il nostro lavoro, la casa, nel cantone San Gallo c’erano altri italiani, ci trovavamo insieme, si andava al cinema. Il film più bello che mi ricordo è “I Tre Moschettieri”. Di attore mi piaceva…. C’ho ancora la mamma viva che ha 97 anni, adesso è a Perugia perché là ha una sorella, ma abita a Urbino. Siamo tornati in Italia per i figli. Poi sono rimasta in cinta della piccinina. Qua non ho più lavorato, lavorava il marito e i tre figli, e chi faceva da mangiare? Io tenevo le bestie, il coniglio, le galline, l’orto per la famiglia, se c’era qualcosa in più lo vendevi che magari ci scappava un paio di mutandin par chi burdele………… E n’è che c’era tanto da balè….. Cum sin zovn era bel, eravamo in 15 in famiglia. Tra me e mia sorella c’è 3 anni di differenza, allora si andava in campagna a raccogliere il grano e si cantava come i matti. Si lavorava ma si era contenti a la sera non si sentiva neanche la stanchezza perché si era giovani, c’era l’allegria. Ho fatto 5 anni di scuola e sono arrivata alla quinta. Ho il ricordo di una che se la veg oz gli do du schifa, perché eravamo in quarta , avevamo il maestro Mariotti. Questa razza era vagabonda ugn era breva io invece ero brava e lei mi scarabocchiava tutti i quaderni…………… Io ballavo per carnevale, finito l’epifanino c’era il carnevale. C’erano i veglioni nelle case e nei locali pubblici e si ballava. Mi piaceva ballare un po’ di tutto, tango, valzer, il saltarello, dio bono cum era bel! La furlana che si balla in due, in dialetto si dice la scarpetta, si metteva il fiasco di vino in mezzo. Solo di carnevale si ballava però, dopo c’era la quaresima, il mese dei mort, non era come adesso che si balla sempre. Però mi son divertita, i balli li ho fatti tutti. Vicino a casa mia, Sassocorvaro, Montecalvo, bombardavano. I tedeschi non capivano un tubo! |
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Nelle parole di GIORGINA TONELLI 31 marzo 2005 Montalbano (San Giovanni in Marignano) GIORGINA - Sono del ’34, nata il 14 giugno a Montalbano e ho preso uno di Montalbano e sono sempre stata qui. Mio marito invece è nato in America, dopo è venuto su quando aveva sei anni perché la sua mamma è andata via con un altro. Mio suocero dopo 6 mesi non l’ha trovata più ed è venuto qua con i bambini perché qua aveva la mamma e la sorella. Io ero di qui e mi sono sposata. Il 16 di aprile è 25 anni che è morto mio marito. Ho tre figli, due sono sposati e uno è con me. Due maschi e una femmina. La femmina è del ’59, si è sposata e ha un figlio di 24 anni. L’altro si è sposato un anno fa, non ha nessuno ancora, ha 36 anni, il lavoro. Uno è con me e ha 43 anni, lui è fidanzato ma dice che non si sposa e quella che sta con lui ha una figlia di 18 anni, suo marito è andato via con un’altra, stanno così, lui sta con me, poi un domani che non ci sono più io… Avevo 21 anni quando mi son sposata. Mio marito faceva il camionista e io con tre figli son stata sempre a casa. Ho fatto 16 anni di lavanderie, solo 4 mesi d’estate, negli alberghi, lavoravo mezza giornata la mattina e poi venivo a casa, avevo tre figli e poi mio marito non voleva che andassi a lavorare ma io ero giovane, avevo 35 anni e in questa lavanderia mi trovavo bene, mi volevano bene e d’inverno stavo a casa. Io ho tre sorelle sposate e un fratello, mia mamma ha 91 anni. Domenica l’abbiamo portata a Misano a mangiare, solo che un anno fa si è rotta il femore e fa fatica a camminare. Il giorno di Pasqua l’abbiamo portata a salutare il prete. A 91 anni ancora capisce, la testa ce l’ha buona ancora. L’altra sorella abita a Montalbano e l’altra a San Giovanni e mio fratello c’ha la mamma. La scuola io ho fatto soltanto la terza perché ero la più grande e bisognava andare a lavorare, la mia mamma andava lì a raccogliere i ferri con la bicicletta. Io ero la più grande avevo i fratelli più piccoli e mi toccava accudirli, fare da mangiare e poi una volta non avevamo l’acqua e bisognava andare disotto coi secchi sopra la testa, andavamo giù a lavare che c’erano le vasche. Prima la lavatrice non c’era. I panni li lavavamo col sapone che venivano ben bianchi, adesso con le lavatrici i panni non è che vengano bene. Una volta si faceva così, non c’era niente. Io ho avuto mia figlia nel ’59 e l’anno prima abbiamo fatto la casa e non c’era la luce, né l’acqua, né il gas, ho avuto mia figlia con la candela e capirai, io ero giovane e dopo c’erano i comodini di vetro che sopra si metteva il coso con la candela, mi sono addormentata, mi si è spaccato il vetro perché avevo un sonno della madosca. Adesso invece ci son le luci dappertutto. Adesso ci lamentiamo che paghiamo, però abbiamo tutte le comodità, io i tre figli li ho avuti tutti in casa e mi ha aiutato la levatrice di S. Giovanni e avevo una zia che era brava, mia mamma quando stavo male non ce la faceva a stare lì, però avevo una zia che veniva giù e stava qui a San Giovanni; mio marito pronto che se avevo bisogno mi portava all’ospedale. Invece adesso vanno tutti all’ospedale, sarà meglio, sarà peggio… Son stata fortunata che son nati bene poi una volta si lavava tutta la notte col sapone con l’acqua bollente. Adesso tirar su un figlio che cos’è? Si butta via tutto e poi io non avevo il gas avevo la stufa e poi una volta mio marito mi ha fatto di regalo la stufa a gas ma prima avevo quella a legna e stiravo con quel ferretto che era di ghisa col manico, si faceva scaldare sopra la stufa e poi sui panni si metteva una coperta, un lenzuolo e poi si stirava e poi quando si raffreddava si metteva ancora sulla stufa. Io questi oggetti ancora ce li ho, c’ho il camino e poi c’ho il ferretto tutto pitturato ho quello di ghisa col manico e l’altro, quello proprio che si stirava andava col carbone. Adesso la roba è tutta diversa. Di oggetti c’era il lavabo col catino ma noi poi l’abbiamo buttata via quesa roba. Pensare che la gente adesso la cerca questa roba nei mercatini. Qui a S. Giovanni la domenica c’è il mercatino, io l’altra domenica sono andata al cimitero e c’era il mercatino volevo comperare qualcosa d’argento, ma costa un sacco quella roba li. Io le foto dei genitori ho quelle di una ventina d’anni non di più. Di oggetti mi è rimasto solo il ferro, era finito nel garage e adesso che mio figlio ha fatto la casa nuova l’ha messo sul camino. Mettevamo un po’ di carbone acceso, si metteva dentro. Allora si sporcava la roba è inutile. Il primo schiaffo che gli ho dato a mio figlio quando aveva 10 anni è stato quando ha fatto il collo della camicia tutto nero. Adesso c’ho la stirella che me l’ha regalata mio fratello e altri due ferri da stiro. Adesso ci sono più comodità, questo quando è acceso è acceso, il carbone invece si spegneva. Vedo la famiglia di mia sorella c’ha la bambina di due anni, è sempre pulita è sempre cambiata, invece i nostri erano più sporchi dei polli… Dico pure, andavamo giù a prendere l’acqua con l’orc sulla testa e allora l’acqua non si sprecava, si riutilizzava e poi vè, facevamo lo stesso, una volta era cosi. La guerra l’ho vista, mio fratello è nato al tempo della guerra e mi ricordo che avevamo fatto come un rifugio sotto dove stava mia nonna. Nell’orto mio nonno aveva piantato tutti i cavoli e sotto aveva sgrottato e mio fratello è nato giù nel rifugio proprio la notte che passavano i tedeschi, dopo è arrivata la levatrice ma lui era già nato Mi ricordo che noi avevamo una paura quando passavano sopra gli apparecchi, eravamo nel ’46, 60 anni fa. Adesso i miei figli stanno bene, la mia figlia ha un’azienda,……… quand’è morto mio marito, lei ha preso l’altro figlio che era nei militari aveva 20 anni stava per finire e lavorano tutt’e due lassù hanno fatto la sua casa e stanno bene per adesso, se il lavoro va bene stanno bene. Ma non si sa mai con questi lavori. Io oggi son da sola con un figlio….. il marito non ce l’ho più, tanto è per tutti così, se si andasse tutt’ do in una volta invece si va uno alla volta, e la mia mamma ha 91 anni, mi ba è 21 anni che è mort. Certo che la mia mamma con mio fratello sta bene perché lui sta bene, adesso ci ha messo la donna per farle compagnia. |
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Nelle parole di MARIA 5 giugno 2005 Montalbano (San Giovanni in Marignano) MARIA - Mio marito non l’ho più. Sono nata a Sassocorvaro. Mi sono sposata a 19 anni e poi dopo sposata son venuta quaggiù nel ’60; dopo i primi due figli li ho fatti lassù poi uno è morto poi qua è nato l’altro, il Romagnolo. Ho tre figli due maschi e una femmina. Quello che è morto aveva sei mesi è passata la tosse convulsa e lui poverino aveva 6 mesi. Io ho sposato uno che la terra era la sua e allora i …. No si potevano mettere….. perché i soldi non c’erano. Mio marito andava da quelli che avevano bisogno e loro ci venivano coi loro mezzi a lavorar la terra, uno scambio, loro lavoravano da noi e noi andavamo a lavorare da loro. Io lavoravo nel campo, prima di andare via io facevo da mangiare e lui guardava le bestie e poi andavamo nel campo. Poi dopo abbiamo preso un altro podere, dopo le bambine dovevano andare a scuola, prima portavano fuori le pecore e poi andavano a scuola purini, si alzavano ben presto, nel buio perché poi d’estate era caldo. C’era molta strada per andare a scuola, la mia mamma gli veniva incontro perché era nel paese e poi gli cavava le scarpe e gli metteva su quelle pulite. Si mangiava quello che si raccoglieva, eravamo due solo, facevamo il vino, abbiamo raccolto 100 quintali di grano il padrone pagava la gente e io dovevo sfaticare per dargli da mangiare, portavo la colazione, venivano a mangiare a mezzogiorno e la sera la cena tutti insieme e tutte le bestie. Dicevano: andiamo a mangiare dalla Maria perché ci fa il brodo con la gallina nostrana e ci fa le tagliatelle.Avevamo le pecore per fare il formaggio. Andavamo a Mercatino a piedi…. La gente cantava, l’acqua non c’era, intanto che non veniva la pioggia mettevamo la carne nei pozzi prosciugati. Qua abbiamo trovato una casa vecchia col terreno che sarebbe di questo uomo qui e abbiamo costruito la casa, la fatica che abbiamo fatto lassù l’abbiamo ributtata qui, ne abbiam fatti tanti di lavori. Qui andavo alla pensione, d’inverno andavo via coi…., mio marito andava via coi pesci perché era muratore ma dopo stava male e non poteva più fare quel lavoro. Portava il pesce a Tavoleto a quelli che stavano nel paese. La pescheria ce l’ha lasciata uno che era il suocero della mia nipote. La guerra ha portato via mio fratello purino non si sa quando ma su a Pennabilli, so una miseria, dopo conoscevo uno che faceva le buche li……..ha detto vengo io con le bestie lasciate mio figlio, no dice, voi avere famiglia, lui non avere nessuno, come dire se muore… Non l’ho più rivisto, dopo lui è scappato perché aveva un amico che lo conosceva di questi tedeschi e faceva la notte di guardia e gli ha detto: quando io esco scappate via. Son scappati e hanno camminato un giorno e una notte è stato quasi un anno che ancora lo sognava. |
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Nelle parole di RENATA BILANCIONI 7 aprile 2005 Montalbano (San Giovanni in Marignano) RENATA - Ho 79 anni compiuti, sono di marzo. Sono nata qui a Montalbano ho vissuto qui, poi mi sono sposata e sono andata a Roma che lui era già a Roma, è sempre romagnolo, però è andato via da ragazzino perché qui c’era la fame, così mi diceva la mia suocera, lui è andato via nel ’29, a Roma aveva già un fratello sposato. Ha fatto il fattorino dopo è andato all’azienda dei tram, un pezzo di pane l’abbiamo sempre mangiato. Io l’ho conosciuto qui, perché lui veniva d’estate ché c’aveva i genitori e i fratelli, ci siamo conosciuti ma non ci frequentavamo, perché io vicino a lui ero una ragazzina, avevamo 11 anni di differenza, poi lui s’era sposato a Roma col tempo di guerra con una bambina piccolina appena nata, ha fatto il militare è stato prigioniero, c’ha messo 18 giorni di viaggio per tornare in Italia, trova la moglie morta e la Silvana che aveva due anni e quando vede quest’uomo tutto sciupato e malandato s’è messa a urlare. La moglie è morta di malattia e dopo la bambina stava coi nonni e con la zia. Poi l’ho conosciuto io, che veniva tutti gli anni in Romagna, nel ’52 ci siamo sposati e dopo la bambina è stata mia e i vicini ci chiedevano: Silvana, ci vuoi bene alla Renata? E lei diceva di si e però non mi chiamava mamma perché lei quella parola non la conosceva. Cominciava a essere grandicella, aveva 10, 11 anni e diceva: Se deve succedere qualcosa a casa è meglio che muore papà. Quando ero a Roma ho avuto un incidente, sono caduta mi sono rotta il piede, lei dice che era colpa sua che mi aveva fatto venire a Roma. Ma se era da sola ero morta dissanguata, perché io nel cadere mi sono rotta il perone e la tibia. Ero con mio genero, che ha tirato una bestemmia in Friulano. C’era il sangue per terra. Sono scivolata per la strada, eravamo a Sant’Ippolito. Mia figlia, quella di Roma faceva la cuoca a un istituto di preti e quel giorno c’erano dei giochi, tutti i tavoli preparati. Mio genero s’è preso paura, va a chiamare la Silvana, lei mi ha visto e ha preso paura, mi ha visto con tutti i canovacci per cercare di tamponare e ha cercato in mezzo alla folla qualcuno che potesse aiutarmi e infatti uno mi ha detto che dovevo legare la gamba per fermare l’emorraggia. Mio genero è andato a prendere la macchina per portarmi in ospedale. In tutta Roma non c’era un posto libero. Poi ho trovato posto. Il dottore mi ha detto: Lei non si chiama Renata, e io gli ho risposto, che la lingua non m’è mai mancata: guardi che io non mi son fatta male alla testa, mi son fatta male alla gamba. Dice: No lei si chiama fortunella perché ha trovato un posto e un letto. Nel ’94 è successo e son stata 11 giorni in ospedale. La Silvana mi dice di non telefonare agli altri perché io avevo un’altra figlia più piccola. Ne avrei avuti 6 se andava tutto bene se li portavo tutti avanti, però nel ’56 ho avuto un aborto, nel ’54 ho fatto il cesareo e il bambino muore, nel ’55 due cesarei che allora non era come adesso che ti fanno un tagliettino, la prima volta 24 punti e la seconda 29. Purtroppo la vita è così quindi c’ho solo una figlia e quella di Roma. Ho i nipoti a Roma che sono grandi, già sposati, questi uno ha 25 anni e uno 23. Mia figlia si chiama Ileana, il marito Ezio, un figlio Eri e un figlio Elvis, tutti con la e. Allora un giorno li ho chiamati a tutti e mi hanno detto : nonna deciditi chi vuoi. Mio marito ha fatto 9 operazioni, nel ’56 l’ernia al disco era una delle prime, la figlia era piccola aveva un mese. Ha fatto tanta neve a Roma nel ’56. Mio marito è stato 4 mesi in ospedale, prima gli hanno fatto tutte le manovre, ma non è servito poi l’hanno operato e gli hanno levato una scheggia di osso alla gambe e gli hanno fatto un innesto. E’ tornato a casa con la gamba tutta ingessata fino a qui e tutto il corsetto c’aveva solo un buco. Son vicende vissute però grazie a Dio col lavoro che faceva la paga c’è stata sempre, c’era un collega suo che ogni quindicina portava la busta con la paga, però è stata dura, dura, dura. Della guerra amore ero ragazza, ero a Montalbano, abitavo qui, dove c’era il parcheggio prima. Mi ricordo che mio babbo c’aveva degli amici a cena e mi ha fatto: Renata vai a prendere un bottiglione di vino che ce n’è poco, allora c’era l’osteria, allora mi da sto bottiglione e i soldi; quel mentre che arrivavo all’osteria suona l’allarme che bombardavano qui al ponte della ferrovia, mi sono messa i soldi nel reggiseno e il bottiglione l’ho buttato via… sotto un bosco stavamo tutte a pecoroni. Cessato l’allarme son tornata a casa e mio babbo mi fa: E il vino? Dico: Il vino non ce l’ho. Come non ce l’hai? Però i soldi non li ho mica buttati.. I fratelli eravamo 4 femmine e un maschio però la vita di prima, diciamo, chi è andato a servizio, chi è andato per stracci, per pesce. Questo devo dirlo a onore di mio padre, siamo 4 femmine e ha avuto piacere di darci un mestiere. Io sono andata un paio d’anni a S. Giovanni a imparare a tenere l’ago in mano, mia sorella è andata a far la maglierista, la più piccola quella di Pesaro, ha studiato e poi ho una sorella che poverina adesso non c’è più che è morta e adesso io vado, non lo so come si dice in italiano, con la roncola alle erbe... Non c’erano le comodità che ci sono adesso, l’ago non c’era e l’acqua si andava nella discesa quaggiù. Noi tutti gli anni quando c’era mio marito andavamo a Roma perché c’era la figlia, adesso vado da sola col treno, ma un anno la mia cognata col marito mi dice, quando andate a Roma veniamo anche noi, noi tutte contente, il giorno avanti avevamo fatto due teglie di nidi di rondine e a metà strada lei mi dice: Renata mi scappa la pipì. E gli ho fatto a mio marito: quando trovi un posto… Dice: No andiamo al bar. No che bar! Allora quando trovi un posto che si può andare ti fermi che noi c’abbiamo bisogno di andare. Verso le fonti del Clitumno ci siam fermati in questo prato e io mi son messa dietro a un cespuglio... c’erano le ortiche! Mio marito che è sempre stato un burlone gli ha fatto al fratello: non ti è rimasto più niente! |
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Nelle parole di RITA GENNARI 14 aprile 2005 Montalbano (San Giovanni in Marignano) RITA - Sono nata a Misano Monte, ho fatto la quinta elementare, ho 70 anni. A 11 anni, finita la scuola elementare mia mamma mi ha mandato a scuola ancora perché voleva che studiassi ma la Rita la voglia non ce l’aveva ed è andata 3 giorni dal maestro. Ero da mia zia e due giorni sono andata da mia zia e un giorno a scuola, però non avevo voglia , a mia zia gliel’ho detto e non sono andata più. Allora sono andata a lavorare e sono andata a far la sarta che ero molto magra, magra, magra come un chiodo. Son stata sarta da una signora anziana poi sono andata da un’altra signora più giovane da 11 anni a 15 anni e ho fatto la scuola di taglio a Riccione e dai 16 anni ai 21 ho fatto capo reparto di taglio nel più bel negozio di Riccione, poi dopo mi sono sposata, sono andata anche il primo anno che mi sono sposata, poi son nati i bambini poi nel ’59 ho messo su un negozio a Cattolica e l’ho tenuto 35 anni, facevo confezioni su misura, soddisfazioni ne ho avute un casino. Ho brevettato un vestito a Forlì che eravamo 350 e ho vinto il primo premio non conoscendo nessuno, un abito da sera. Io disegnavo, era un modello mio. Nel ’93 ho fatto una bella caduta che son stata in coma 5-6 ore e poi non sono andata più a lavorare. Non me ne sono neanche accorta, mi han dovuto dire dove sono caduta. Son partita col motorino, son arrivata qua proprio davanti all’osteria e nella discesa son caduta e quando mi son svegliata alle 4 del pomeriggio c’era mia nuora e ho detto: ma scusa te sei venuta nel letto con me? Dopo sono andata d’estate e una mi ha detto che serviva una signora per la cucina e di andare che io ero brava a far da mangiare. Son stata li con lei 5 anni, poi hanno venduto l’albergo e son stata altri 3 anni. E adesso sono a casa però faccio i miei lavorini. Faccio la piada, i peperoni, i pomodori… C’ho due figli grandi, uno 47 anni, uno 42, nessuna discussione con nessuno, vado d’accordo con tutti. Ho il rimpianto perché c’erano delle persone che venivano dalla Germania che avevano una grossa azienda di abbigliamento e io lavoravo li da sta donna che aveva una nuora che era stilista e mi avevano chiesto di andare là, però essendo in casa, con due vecchi, i bambini, mio marito non si è mai voluto spostare e allora la Rita è rimasta qui. Un ricordo è che quando avevo 15 anni mi hanno mandato a fare un modello a Morciano e c’era un ragazzino che mi filava dietro. Io andavo su con la bicicletta e questo lavorava sulla strada…. Questo ha avuto un incidente e mi hanno dato la colpa a me perché si distraeva a guardarmi. Come consiglio che darei ai giovani, fate i lavori che vi piacciono, non fate le cose che non vi piacciono se no non riuscite a fare le cose per bene. Adesso con mio marito molte volte facciamo il pesce dal primo ai dolci, la piada, ci chiamano nelle case, dove ci sono le piscine. Anche a Pesaro siamo andati in una piscina a cucinare il pesce per chi ce lo chiede. L’anno scorso a Porto Verde abbiamo cucinato per 100 persone. Io preparo tutto a casa, il sugo lo preparo a casa. Il pesce lo scelgo io, tutti si fidano di me. Io quando sto bene mi riesce di farli i lavori. Mi piacerebbe avere un negozio in pieno centro, ma grande da poter soddisfare tutti. |
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