L'Esperienza nelle Parole - 2a parte
Milvia

Nelle parole di MILVIA
Assieme a Virginia, 18 marzo 2005
Pianventena (San Giovanni in Marignano)

 

VIRGINIA - Hai una passione grande per il canto!
MILVIA - Sono nata e vissuta a Milano, ho tre figli. Per motivi di lavoro del marito ci siamo trasferiti a Lodi per 9 anni. Poi ci siamo trasferiti in Romagna, avevo già un fratello che abitava qui da 8 anni. Abbiamo iniziato un nuovo lavoro e una nuova vita. Abbiamo abitato per due anni a Pianventena, mentre ci facevano la casa a Morciano. I figli sono andati a scuola qui, poi quando sono stati grandini ognuno ha preso la sua strada e ci hanno lasciato da soli. La maggiore è tornata a Milano e ha vissuto un po’ con la mia mamma. La seconda è rimasta qui, fa l’estetista e lavora a Morciano e ha due bambini. La terza, la più piccola, non è sposata e fa grafica pubblicitaria. Nell’infanzia vivevo coi genitori in una casa popolare, eravamo 350 famiglie, la casa era a L e prendeva 3 vie. Di queste 350 famiglie 50 erano milanesi e gli altri erano tutti immigrati. C’era molta gente che arrivava con le valigie di cartone in stazione centrale. Nella mia scala eravamo gli unici milanesi, gli altri erano bresciani, padovani. Finchè non è scoppiata la guerra questa vita era serena, mio padre lavorava, mia madre faceva la sarta per una grande sartoria di Milano. Quando era giovane la chiamavano la piccinina, portava gli scatoloni coi vestiti alle clienti. Crescendo è diventata sarta lei ed è diventata lei in prima persona a creare i modelli e mi ha trasmesso un po’ questa manualità, non per gli altri, solo per casa mia. La vita scorre tranquilla, ho tre fratelli e a un certo punto scoppia la guerra e mio padre viene chiamato al fronte e mia madre si ritrova da sola con tre figli, perché il mio quarto fratello è nato dopo una licenza di mio padre, è nato nel ’44. E’ nato sotto un bombardamento. Mia mamma ha tenuto unita la famiglia, non essendoci mio padre, lavorando, facendo la sarta. Non parlo di tutte le vicissitudini che sarebbe troppo lungo da raccontare, mia mamma è andata in ospedale con questo fagottino, io avevo 8 anni,  e poi mi ha detto questo è tuo fratello, accudiscilo, lei si è messa a lavorare alla macchina da cucire. Lei stava male, ogni volta che partoriva gli venivano degli ascessi in gola. Otto anni avevo, me lo ricordo come adesso, lei il latte non l’aveva, il latte non c’era a Milano perché c’era la guerra, bisognava andare a fare 2 o 3 chilometri a piedi fino a una cascina dove abitavamo c’erano molti prati perché anche se eravamo in Milano la zona era considerata periferia, fai conto che qui c’era il duomo e laggiù i prati. E allora io andavo col mio calderino dall’unica mucca che c’era. Ho avuto tre fratelli maschi, uno più grande di me e gli altri due dopo di me. E allora scoppia questa benedetta guerra, mio padre non c’è mia madre lavora come una dannata. Poi a un certo punto Milano è diventata una cosa impossibile perché c’erano i bombardamenti notte e giorno e allora siamo andati in questo grande cascinale dove al centro della stanza c’erano i covoni col granoturco e c’eravamo creati un angolo di casa con un letto e una stufa, giusto quello, il bagno era una roba lussuosa nel campo. Il lavandino n niente, c’era un catino, si trovava l’acqua fuori. Quella era una grande cascina fatta a U, noi eravamo al retro e per prendere l’acqua dovevamo venire nel davanti della cascina e pomparci l’acqua. Però ti dirò, stavamo meglio che a Milano, perché li si mangiava. Perché mia mamma facendo la sarta, il grembiulino a uno, il pantaloncino a un altro e soldi non ne volevamo e non ne avevano neanche però l’uovo fresco della gallina, l’insalata dell’orto, ogni tanto a una gallina gli tiravamo il collo, la farina ogni tanto ce la davano. La mia mamma aveva le clienti fisse  a Milano, ma gente coi soldini e dopo io bambina andavo quando mia mamma aveva confezionato, andavo a consegnare a piedi o col tram. Allora io facevo una cosa perché la mia mamma era troppo onesta faceva il biglietto tanto per il cotone, tanto per i bottoni…alla fine lei metteva fuori esclusivamente le spese e poi metteva fuori qualcosa per lei e io modificavo sempre i prezzi. E dopo quando tornavo a casa mia mamma mi diceva: ma se dopo quella li non viene più? E io dicevo: Mamma , ma quella ha la cameriera, mangia tutti i giorni. Anche mio padre, a parte che lui ha fatto la guerra, io a un certo punto sono stata molto male, ho preso un’infezione e a un certo punto io dovevo morire a sei anni, avevo più globuli bianchi che rossi, il dottore gliel’aveva già detto. Mio babbo era al fronte e l’hanno mandato nella contraerea a Linate e vista la situazione che dovevo andarmene, lo hanno fatto rientrare, lui stando a Linate poteva venire a casa una volta alla settimana per vedere come stavo e ci portava le gallette ammuffite per  mangiare. In sostanza a quanto pare non son morta. Mi volevano ricoverare in ospedale e mia mamma non ha voluto perché ero piccola. Avevamo un dottore molto bravo, che ti seguivano da quando nascevi a quando morivi, allora mia mamma gli ha detto che non  mi poteva seguire in ospedale perché aveva gli altri bambini e gli ha detto: lei mi dica quello che devo fare e lo seguirò alla lettera. Quella volta la mutua non so  neanche se c’era. In poche parole, mia mamma mi ha salvato, ha seguito alla lettera tutto quello che doveva fare. Questa infezione mi era venuta perché ero caduta dalla bicicletta e mi era venuta una crosta sul ginocchio  e l’abbiamo un po’ sottovalutata e mi è entrata nel sangue. Mi ero riempita di croste tutta la testa. Mia mamma mi metteva le bende e alla mattina le toglieva e  mi venivano via tutte le croste. Ho fatto un anno così. Finita la guerra nel ’45 avevamo la casa ma non avevamo niente da mangiare, da vestire, le scarpe per andare a scuola non esistevano allora mio babbo andava al mercato e comperava le forme degli zoccoli, solo il legno e poi usava i cappellini per fare la tomaia e per non scivolare sotto la suola metteva i copertoni delle biciclette. I vestiti, a mio babbo finita la guerra gli hanno lasciato la divisa grigio-verde e pantaloni e giacca sono diventati vestiti per i miei fratelli  e il cappotto di mio babbo è diventato il cappotto mio che mi stimavo da morire, perché mia mamma aveva comprato il pelo finto e io me lo ricordo ancora con tanta tenerezza. Nella nostra povertà dignitosa, quand’era Natale i soldi non ce n’erano ed era abbastanza naturale fare le cose in casa e allora a casa mia mio padre i giocattoli li faceva lui col legno, a me mi faceva delle case per le bambole tutte lavorate, mia mamma mi faceva le coprtine, i lenzuolini. Tutta fatta col traforo, gli armadi e il tavolo per la bambola. E ai miei fratelli gli faceva i carrellotti per andare nella strada, il triciclo di legno. La plastica era ancora da venire.
A scuola sono andata mentre ero sfollata. La prima elementare l’ho fatta a Torino perché l’avevo iniziata a Milano, ma poi i bombardamenti, io ho visto i morti per la strada uscendo dalla scuola. Allora sono andata a scuola là, ho fatto anche la prima comunione là. Non so quanto sono rimasta là, ma un anno sicuro. Io e mio fratello l’abbiamo fatta insieme la comunione la e c’era questa usanza che si andava in giro con un cestino e si faceva il giro del cascinale e abbiamo portato a casa un sacco di farina, di uova come regalo e poi la contadina ci regalava la frutta e la verdura. Poi siamo tornati a Milano perché c’era il pericolo che ci portassero via la casa. Poi le cose molto piano si sono normalizzate. Io non mi ricordo di aver sofferto tanto per la fame. Quando è cominciato il benessere c’era solo il riso. Io sono andata a scuola, ho fatto la terza media, anche i miei fratelli hanno studiato. Abbiamo fatto una vita abbastanza normale. Mi piaceva imparare, ero impiegata e la sera andavo a scuola di stenografia, dattilografia, inglese e francese. Era una ditta di Milano che faceva le scatole di cartone e io lavoravo nell’ufficio, veniva la Barilla, mi diceva: fai una scatola di queste dimensioni e poi ci scrivi questo e questo. Ho lavorato così finché non ho conosciuto lui. L’ho conosciuto in un modo un po’ strano. Al livello di un marciapiedi c’era il negozio di frutta e verdura di mio fratello, sotto c’era il suo laboratorio, io passavo, andavo a mangiare da mio fratello quando uscivo dall’ufficio e sotto c’era lui. Io ragazza molto indipendente, a un certo punto cosa che era strana quella volta, sono andata in vacanza da sola con una mia collega d’ufficio, siamo andate a Chiavari. Ci siamo trasferiti qui nel ’77-’78. Abbiamo trovato le nostre amicizie. Per me è stata dura lasciare Milano, che avevo la metro sotto casa, là non avevo bisogno della macchina. Un giorno allora ho deciso di andare a scuola guida. E siccome avevo 3 bambini ho studiato a casa. Ora sono in pensione e ho il marito che mi fa arrabbiare perché ha fatto due infarti e ha 5 bai pass. Quando ero ragazza cantavo anche da sola le canzoncine quali Papaveri e Papere, la Giraffa Pasqualina…io son del ’36, canzoni anni 50. Nel quartiere dove abitavo io, una casa molto grande, c’era un signore che raccoglieva questi ragazzini, che non c’era ancora una parrocchia, lui allora aveva creato un gruppo di ragazzi fisarmonicisti. C’erano 20/30 ragazzi che suonavan la fisarmonica, io che cantavo canzoncine e un’altra ragazza molto brava che ballava e abbiamo fatto gli avanspettacoli a Milano. Prima del film si faceva uno spettacolo di Varietà. Questa era una cosa usuale a Milano. I migliori cinema di Milano li abbiam fatti tutti! Eravamo ragazzi. Non ci costava niente, non c’erano spese, mio padre e mia madre mi accompagnavano sempre. Dopo ti dirò, non ho più cantato, neanche a Lodi. Son venuta a Morciano e ho cominciato a fare delle amicizie, ho conosciuto una mia vicina di casa che cantava in questo coro e un giorno che è venuta a trovarmi ci siam messe a cantare. Lei, soprano favoloso, mi sente cantare e mi fa :- Tu stasera vieni alle prove con me! Così ho cominciato a cantare a Morciano, poi 10 anni fa è nato il Coro della Regina, sono andata a provare perché a Morciano si canta molto il religioso ma a Cattolica si canta l’opera, è un’altra musica!