Nelle parole di SILVIO FEDELI Assieme ad altre persone, 4 e 11 febbraio 2005 Santa Maria in Pietrafitta (San Giovanni in Marignano) SILVIO - Una volta era dura. Noi avevamo 10,12 bestie. E andare a prendere l’acqua nel fiume perché il padrone non faceva le comodità. E mi ricordo la legge che l’ho trovata io ,dopo il fronte, a Morciano di Romagna che diceva – Quando su un podere agricolo non c’è l’acqua per il bestiame il proprietario è tenuto a sue spese a portare l’acqua sul fondo - . Invece noi rimettavamo tempo, fatica, recipienti e il padrone non ci abbonava di niente . – Se vi sta bene state lì, se non vi sta bene andate via. Io parlo dell’ultima guerra, prima della guerra, del ’40. Io ho compiuto 80 anni adesso. Son del ’25. Ancora, ringrazio molto, la memoria ce n’ho abbastanza e quindi se mi chiedete dei ricordi della mia epoca, anche da 70 anni a questa parte vi posso descrivere perché. Io penso che sta gente che verranno, pochi o molti non lo so, e quindi pressappoco hanno la mia età...possono descrivere...dopo uno magari può descrivere un po’ meglio uno lo può descrivere un po’ peggio...può darsi che non si ricordino, si ricordi poco. Sì, a me, voglio dire, a me queste cose mi piacciono. Mi va bene il programma personale però devo anche dire che anch’io ho consultato, vorrebbero andare più sul sodo...cosa fa l’amministrazione per la nostra vecchiaia, i trasporti e così via ecco. Perché avrete queste domande, dopo le risposte vi trovate in difficoltà a darle perché non siete l’amministrazione comunale eh eh... Uno racconta le sue esigenze...cosa chiede...ve lo annotate. Io ripeto...di assemblee ne ho partecipate a centinaia, anche i comizi nei comuni del Valconca...parlo di tanti anni fa insomma no... e quindi a me personalmente mi piace anche questo programma perché chiedete della nostra vita, come siamo stati trattati, bene o male, nel bene e nel male insomma...tutte queste cose a me fanno piacere. In verità...sta gente che io ci parlo, che siamo tutti amici, io son stato tanti anni in politica, è logico che si aspettavano magari delle domande che non sono inserite nel programma che voi venite a fare qui. Io per quanto mi riguarda penso di poter dare delle risposte in base a i tempi prendendo dal ’30 quando andavo a scuola dal Girasole a piedi a San Giovanni In Marignano ad esempio. Una volta non c’era i trasporti io avevo 8-9 anni abitando lassù quella volta i miei....a piedi. Le scuole erano dove c’è il circolo lì...quattro scuole...cioè due stanze sotto dove c’è il circolo e due stanze sopra. Quattro maestri : il maestro Arducci , la maestra Filomena, la maestra Mena e il Maestro Mancini me li ricordo uno per uno... e quindi...però si andava a piedi eh...piuttosto che il pane nella borsa.... Andare a San Giovanni sono poco più di tre chilometri e...quanto ci voleva...tre quarti d’ora. L'ALTRO SIGNOR - A tornare a casa ci voleva anche due ore! SILVIO - Perché cla volta la nera cum ades...la mi ma la giva a fè le facend dla maestra Mena, la moj di......... E allora sicom a sò nèd il 31 dicembre del ’24 ventiquatre i ma mand tla scola sa cli del ventiquatre. Alora io ciò il prime....na volta us chiamèva la pagella, l’attestato l’ho come memoria io . sono andato alla scuola e nella scuola il direttore m’ha messo 31 dicembre 1924, inveci sono il primo gennaio, a tutti gli effetti 1925, militari e civili siccome la mia povera mamma, quella volta da magnè l’era poc, l’andeva a fè le facende a pid i lagiò...allora amico della maestra, amico del direttore della scuola...lha det... –ma burdèl venì sa qui del 24 , perché i fé perd un an...- e mi ricordo chi ia det – lo metteremo per riscaldare i banchi- Allora fortuna volle o destino volle, io ho fatto la quinta e poi quella volta si andava con le pecore dopo, fuori...non è come adesso eh...son passato tutti gli anni e le scuole nuove non sono andato per niente quaggiù dove c’è il comune adesso. Quelle son state fatte nel ’34...e io non sono andato per sto fatto perché purtroppo ero piccolo...sono piccolo anche adesso, son passato tutti gli anni, ho fatto la quinta e qui si smette perché si andava a lavorare nei campi. Quindi raccontare la vita per me è bello. UOMO - Il turno di notte...questo l’ho fatto tre anni, avevo 36 anni perché io potevo dormire due/tre ore quando staccavo da lavorare la sera alle sei fino alle nove che andavo giù a lavorare. Però m’aveva preso una gran cosa che io non ce la facevo più a dormire. Sentivo camminare i gatti nella strada. Anni cattivi , ma erano anche anni buoni, eravam giovani. UOMO - Io ho lavorato 11 anni di notte, il giorno a casa. Lavoravo a Riccione da “Magnanetti”, dalle 8 di sera alle 5 e mezza del mattino. A sviluppare i rullini. Otto, nove, dieci ore di camera scura non era poco. Ho lavorato dal ’78 all’89. DONNA - Io avevo 27 anni. Mio figlio aveva sette anni quando siamo venuti a S. Maria.Ce n’ ho uno solo di figli. La casalinga? No, le pensioni. Dopo, quando si ritornava a casa, con la bicicletta, si faceva le faccende di casa, il mangiare, i bambini d’andare a prendere, tutte quelle cose lì si faceva. Dormire era poco, quando erano fatte tutte quante le faccende, di tutto, c’era da lavare e da stirare. I panni li lavavamo in campagna. DONNA - A lavorare non ho fatto fatica, non ho paura , ma neanche adesso. Si era giovani, non si pensava neanche al lavoro. Allora noi, adesso, tutti, il sabato al centro sociale di S. Giovanni tutto volontariato andare a lavorare? Da mangiare facciamo le tagliatelle, gli gnocchi, gli strozzapreti. Poi c’è il secondo, i contorne, la verdura... UOMO - La pulenta i la ‘n vleva, i vleva i tagliadele, i vleva i pasatén, i vleva i caplét, i vleva i caneloni. I vleva un bon arost, ad vidél. L’era cla roba quela su’il vléva! La pulénta e i fasciol...schif! DONNA - E perché i raz? La pulenta sa i raz? Che c’era il mi por ba...” Polenta con usei!” UOMO - Io ho iniziato a lavorare che avevo 12 anni. Somaro nelle scuole. Non avevo voglia di studiare. Ho iniziato a lavorare a Cattolica a fare il cameriere a 13 anni. D’inverno lavoravo coi muratori, con mio cognato. Sempre così, d’estate il cameriere, d’inverno il muratore. Fin che dopo sono entrato due anni all’ospedale di Riccione con la Croce Rossa. Era il 1982, sono entrato nei vigili del fuoco dove ho terminato la mia carriera dopo 20 anni di lavoro. Ora sono in pensione e mi dedico a qualche cosina in qua e in là. Stop. Passioni io le ho tutte e non ne ho nessuna. UOMO - Eh...se c’è qualche sposina... UOMO - Dopo l’intervento è molto più difficile!! Aspetta...aspetta...il lupo perde il pelo ma non il vizio...quello è vero...però è dura! UOMO - so andèd a lavuré ma la furnèsa che e capo l’è i là...fra tot avrò lavuré 22/23 an ma la furnèsa dop ho smés e so vnud ma Santa Lucia. Ho sempre lavuré ...mo una masa! La nostra gioventù chi è che in a lavurè...e vita cativa! UOMO - Pulénta e pan fort!! UOMO - E poc cundid!! DONNA - Anche a far da mangiare...toccava fare sempre una cosa alla meglio. SILVIO - Io il lavoro ho fatto il contadino, abbiamo lavorato la terra giorno e notte. La notte con i buoi e le mucche e l’era pin d’ ciarabigle! E pu quant avnimie a chésa a ime d’andè a to na bocia d’acqua tel Tavol, per li bestie perché an l’avime. Chi padron l’aeva d’avé fè, in base a cla lege che aveva fat Mussolini del 1923/24( ventitre, ventiquatre) però i digiva “ ........sno andè via....!” U lavor a gnéra invèl...custrét a fè cla vita : ciarabigle, andè a to l’aqua tal Tavol, a durmì poc perché il temp a gnéra da durmì ché bsugnéva andè a fè l’erba, bsugnéva andè fè un po d’roba, e cla vita, prorio come giva iché Bartoli, l’è na vita da chén . Fino el ’56 che dop a sim andè via, e sim andè a lavurè si muradur cla volta fin a che a so andè in pension! Il prubléma l’è un elt, l’è che nun chavim una masa ad temp. La maggior parti in Italia, avim 7, sèt million ad gént, l’è ben a riferirl, c’ha chiapèn di pinsion da fèma, che l’è na cosa ridicla! Ei presempi a so stèt dai sindachèt, ho sempre protestèd per la marchetta, per mèt la marchetta...na pla marchetta chele chi passa!!!... Però mi dicevano “io meglio di così non posso fare”, perché quella volta generalmente erano tutte ditte artigiane no! E allora un e dèva una chésa per cinc milliun, clèlt u la dèva per quatre e mez, clèlt ul dèva a quatre...e dop nun a paghèmi le conseguenze! Perché al marchèt in cil mitteva!...e quind dop ad tant lavor , prima da cuntadin e da operai poi....e viv sa na pension clè ridicla. Perché, us po dì che è nessuna vergogna, a chiap 540,00 Euro al mese, 545,00 e perché è fatiga a sbarché u lunèr!!! DONNA - ...e poi ancora siete tutti e due. SILVIO - La mi moj l’a chiapa quel delo coltivator dirèt...420,00 Euro. La vita l’as fa dura ogg benché, personalmente, me an m’lament mai! A dig , sa la mi moj, a spindim quil chavim, al dividim, l’è cinquantamila frènc al dì, quarènta, trenta, quel clè. SILVIO - ... L’aveva dét a l’assessore mi Servizi Sociali, perché la cosa più vergognosa l’è quand che nu anzièn avim bsogn d’una visita, e cha sim suggèt più nun mal visite specialistiche, perchè l’età la iè! U iè du mis, du mis e mèz.... Si sold la fa il dì dop! Quindi ma me personalmente, il mel dis anche clilt, che l’è isé, però u mè capité du, tre volte. Per esempio andè a Riciun, avè un foglio no, e un um dgiva che bsugnéva cha vag subte, clèlt giva che a putéva aspitè, e io ho avu paura. Sa 120 Euro i mla cavè subte...sno i era da aspitè du mes e mèz, tri mes. Quindi la sanità, che per noi anzièn.... doveva avere una prevalenza! Io non ho difficoltà ad andare a parlare. Sa 120 Euro ...fa subte. Però io so della gente che magari ha fat i debte sora la chésa per le malattie! Le malattie è una cosa seria. Per questo vorrei coinvolgere gli assessorati, che si mettano in contatto con la USL di Riccione, nel nostro caso, la USL di Riccione, per vedere come si può risolvere, perché si può risolvere sto problema! L’anzièn an po’ aspitè 2-3 mes una visita specialistica perché noi siamo anche soggetti...anche i giovani...ma noi ad avere più bisogno dei giovani. Quindi certe cose bisogna dirle un po’. Ecco perché avevo già accennato che mi interessava che ci fosse l’Assessore ai Servizi Sociali. SILVIO - Ecografia, mi sentivo un po’ affaticato. Vado a fare le analisi del sangue e c’avevo sta ricetta per farmi sta ecografia al cuore, allora a Cattolica dove si paga, mi dice a Rimini due mesi, A Riccione un mis e mèz, a Murcèn anche più...A pagamento? “Si può fare a pagamento, guardi c’è il dottore lì nel corridoio”, dove i fa le analisi del sangue. Aspèt...u scapa...” Ha bisogno lei?” Dico sì, questa...ma l’ha fatta il dottore....sta na muliga pensieros...l’ha dét...a pagamento...alla cassa ormai ho parlato così. L’ha dét “ Aspetti che gliela faccio a mezzogiorno”. O dét... Dottore ma devo andare a casa...non si può fare prima? U ma dét: “ Venga con me”. Andèm giò ma la cassa. Ho pagato 104,50 Euro, la memoria non m’inganna anche se fosse 10 anni indietro...ame l’arcord!...”Venga su , fra un’ora gliela faccio”. A so andé su. L’è vnud fora, l’ha dét “Venga dentro”...me l’ha fatta subito. |
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Nelle parole di PAOLINA GUIDUCCI Assieme al marito Secondo, Davide e Silvia, 18 febbraio 2005 Santa Maria in Pietrafitta (San Giovanni in Marignano) PAOLINA - Paolina Guiducci, nata a Santa Maria il 27 luglio 1910 SILVIA - Non l’ha fatta la scuola? PAOLINA - Eh, la scola…tè chèmp! SILVIA - Ha fatto le elementari? Fino alla 5° elementare? PAOLINA - Sì. SILVIA - Quindi quanti anni ha lei? PAOLINA - Io sono del ’10. SILVIA - Quindi 95, complimenti! PAOLINA - Grazie. SILVIA - Quindi diceva che ha fatto la contadina? PAOLINA - Ho sempre lavurè la tèra, tutti e due. Andava fora con i tacchini, eh! Sa cosa è i tacchini? SILVIA - Sì,sì. PAOLINA - Andava via con i tacchini si no andavano a mangiar l’uva. DAVIDE - I tacchini li accudiva quando era ragazzina? Da bambina? Il primo lavoro che ha fatto da bambina qual’è stato? PAOLINA - Da bambina fora si tachin. I éra cli più ric chi lavureva l’ort! DAVIDE - Cosa bisognava fare coi tacchini? PAOLINA - Li mandava fora perché nel campo c’era l’uva, li mandava fora s’li bastunèd. Dopo si andava a casa e si metteva l’uva in un capanno perché si no al tuliva. DAVIDE - Aveva fratelli? PAOLINA - Sì,sì, 6 maschie e 4 done. DAVIDE - Quindi si svegliava presto la mattina? PAOLINA - Sì. Si lavorava con le bestie, i maiali, così. DAVIDE - Casa sua dov’era? PAOLINA - A Roncofreddo, in campagna. DAVIDE - Com’era fatta la casa? PAOLINA - L’éra una chésa ad cuntadoin! DAVIDE - E com’era? PAOLINA - Due piani ad sora, invece sota um parèva a tre piani, perché sotto c’era la stalla delle bestie. Dopo in mezzo c’era la cucina, di sopra c’erano le camere. Era tre camere. SILVIA - In 12 ci stavate? PAOLINA - In una camera stavamo noi e i genitori e le quattro figlie. Dopo i maschi abitavano di sopra. DAVIDE - Avevate le bestie, buoi o mucche? PAOLINA - Na, le mucche no. Le bestie da lavorare e le vacche. DAVIDE - Le usavate per tirar l’aratro? PAOLINA - L’aratro, sì. DAVIDE - E’ vero che le vacche si chiamavano in due modi diversi per tirar l’aratro? C’era una che stava a destra e una a sinistra? PAOLINA - Me i dig la mancina e la dreta. DAVIDE - A colazione cosa si mangiava? PAOLINA - Apèn alzèt el cafè l’éra bèn scur. DAVIDE - E a sera? PAOLINA - La sera i radic che i andeime a coi tè chèmp ben dur, ecc cusca magnème. DAVIDE - Quanto grano facevate? PAOLINA - 90/100 ma dop u iéra da fè la mità si padron. Me cuntadoin restava poca roba. DAVIDE - E quello che rimaneva a voi non lo mangiavate soltanto voi, lo vendevate anche? Oh no? PAOLINA - Ma se sim un brènc! Un po’ ad famiglie, un po’ at tuchèva vendli perché..sa chi c’ha vivem…an avinie miga la pinsion! DAVIDE - E con i soldi cosa si faceva? PAOLINA - Mi ba ha vistì 10 fiol ( figli)! Guarda adess cus chi vo! I vleva anche cla volta! DAVIDE - Ma i vestiti si compravano già fatti o si comprava la stoffa e si facevano? PAOLINA - Sì, cumprième la stoffa che dopo u i éra la sartora chi fèva. Non li abbiamo mai comprati cus spindèva trop! DAVIDE - Avevate il telaio? Facevate anche i lenzuoli? PAOLINA - Ho fatto anche quèla. Ho anche filèt. Us filava la canapa. El cuton us cumpréva dal filatoio che i fèva anche i vistid. SILVIA - Come si lavavano i vestiti? PAOLINA - Tè mastèl, si no tla poza, u i éra l’aqua drenta. U n’i éra la lavatrice! SILVIA - Con la cenere? PAOLINA - Sì…i eva un profum che mai! Più che adès SILVIA - C’era il ferro da stiro? PAOLINA - U i éra ma non s’usèva. I lènzol i tenime isé, si piegava SILVIA - E i capelli? PAOLINA - I capelli sla cenere. SILVIA - Anche quelli? PAOLINA - Sì…bèl! SILVIA - L’acqua calda non c’era però. PAOLINA - La scaldèmi. SILVIA - Sul camino? PAOLINA - Sì, la legna la i éra. SILVIA - Si tagliavano gli alberi? PAOLINA - Quél cu i éra. La legna grossa. SILVIA - I capelli chi li tagliava? PAOLINA - Nisciun. I cuntadoin i n’andèva a taiè i cavil…u n’gnèra e’ temp! SILVIA - E le barbe? PAOLINA - Se rasoi… SILVIA - Si lavorava dal lunedì alla domenica sempre? Non c’era mai una festa? PAOLINA - A i éra la festa! Al feste le fèmi tut! SILVIA - Che feste erano? PAOLINA - Feste di chiesa. Cominciavano in maggio e fino a settembre. Ogni tènt u i èra una fèsta. SILVIA - Che si faceva alle feste? PAOLINA - Feste all’aperto. C’era anche il cinema. SILVIA - Quanto costava il cinema? PAOLINA - Non lo so. SILVIA - Potevano entrare tutti, sia le donne che gli uomini? PAOLINA - Se si paga sì. SILVIA - E’ li che ha conosciuto suo marito? PAOLINA - No. SILVIA - Vi siete sposati quando? PAOLINA - Nel ’28 io avevo 18 anni e lui 22…e via che si lavorava in campagna. SILVIA - I figli? PAOLINA - Io ne ho avuti 6 . C’era una nonna a casa che li guardava un po’, noi andavamo a lavorare nel campo. La non stèva a chesa coi burdèl, ogni tent l’as chiamava e via. DAVIDE - Com’è che vi siete conosciuti? PAOLINA - Ho pu dèt che vivim poc luntèn! DAVIDE - Eh ma come è successo? Questo è interessante. PAOLINA - Eh …interissent! DAVIDE - E‘ lei che si è avvicinata a lui o lui a lei? PAOLINA - Ci siamo conosciuti e parlevamo e così… SILVIA - Vi siete innamorati subito? PAOLINA - Noooo! SILVIA - Lei ha nipoti? PAOLINA - Sì, sì stanno a Rimini SILVIA - E quanti anni hanno? PAOLINA - Eeh via una quarantèna d’an. SILVIA - Quindi è bisnonna? PAOLINA - Eh, so bisnonna. SILVIA - Anch’io ho avuto una bisnonna. PAOLINA - Anche te? Bisnonna? SILVIA - Si chiamava Palmina. PAOLINA - E così è la vita. SILVIA - E adesso state qui. PAOLINA - A stem bèn perché se mi fiol, guai chic toca! A magnèm, a bevém e basta. Un manca gnint per carità di Dio è così. SILVIA - Però è bello che state insieme no? PAOLINA - Eh, è una fortuna. SILVIA - Non è così scontato. PAOLINA - Eh sì, perché ma me mè mort do-tre fiol. Mi è mort gronda ènca! Son morti che erano sposati. Una femina…avimie sultent quela. SILVIA - Quindi avete visto anche la guerra. PAOLINA - Noi stème vicino al mare, chi bangal sora, poco lontano dal mare…eh..chi purèt sora! DAVIDE - Hanno bombardato? Com’è stato ce lo racconta? PAOLINA - El bomb li vniva giò ..um masèva…mica che stèva a guardè! U i éra i rifugi sottoterra. Bisognava uscire di casa e stavi nel rifugio fino a che non li sentivi più. SILVIA - Avete festeggiato le nozze d’argento e le nozze d’oro? PAOLINA - Sì,sì,sì. DAVIDE - Quando vi siete sposati avete fatto la festa? PAOLINA - No, nessuna festa. Sim spusè e à sim andè a chesa. Quel è stè e viagg! DAVIDE - Ma non avete fatto il pranzo? PAOLINA - Cu è? Loro ma chèsa sua e me ho magnè ma chésa mia. Po’ a so stè te lèt…quel ha sté e viag. SILVIA - Però quello che ha vissuto non può dire che è stato male no? PAOLINA - Siamo vissuti bene perché siamo andati d’accordo. Abbiamo lavorato da matti. SILVIA - Lei ha lavorato fino a quando è andata in pensione? PAOLINA - Ho avuto la tèra, u i è ancora la terra DAVIDE - Ci lavora qualcuno nella terra ancora? PAOLINA - Sì DAVIDE - Lei si ricorda quando hanno cominciato a costruire i palazzi, gli alberghi sul mare? PAOLINA - Sì, sì han fatto gli alberghi. DAVIDE - Prima non c’erano no? PAOLINA - I n’éra do tre. DAVIDE - La gente veniva a fare villeggiatura? PAOLINA - C’erano, c’erano. DAVIDE - Gente ricca? PAOLINA - No, i v’niva anche degli operai. I chiapèva al ferie, non è che i spendéva una gran masa! SILVIA - Lei andava al mare? PAOLINA - Sì, eravamo vicini al mare A mezzogiorno andava a fé il bagn t’e mer. SILVIA - Come si andava vestiti al mare? PAOLINA - Vestiti così, dopo si metteva una vestaglia per andare giù nell’acqua, dop quand scapèvi t’armetivi i vistid e via.Tolta la sabbia mé dos. Andava a mezzogiorno quando loro dormiva.
SILVIA - Da lei vogliamo apre come l’ ha conosciuta questa sposa qua! Quando vi siete incontrati? SECONDO - Ci siamo incontrati presto, lei aveva 17 anni, io ne avevo 22. Siamo ancora insieme. DAVIDE - Come si chiama? SECONDO - Secondo, nel 1905, ho 100 anni ma non lo sa mica nessuno, ho fatto troppa fatica ad arrivare qua. DAVIDE - E’ stato in guerra? SECONDO - No, la guerra l’ ho fatta a casa che io sono stato a vivere 50 anni a Viserba che andavano a bombardare il ponte di san Giuliano. Sempre gli apparecchi sopra la testa. |
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Nelle parole di ANITA FRATERNALI Assieme a Davide, Silvia e Virginia, 25 febbraio 2005 Santa Maria in Pietrafitta (San Giovanni in Marignano) ANITA - Siamo stati per circa un mese, dopo ci han portato via perché era scoppiato il tifo. C’era una siciliana che, son venuti e hanno constatato che aveva il tifo allora ci hanno sbarrati a tutti, siamo andati ad abitare nella stalla di un altro contadino. Siamo andati a casa, abbiamo trovato tutto distrutto, tutto un macello, non c’erano neanche i piatti per mangiare. Quando è venuto il tempo per un po’ più di pace si andava a ballare. Andavamo alla messa, la benedizione, quella volta le ragazze se volevano trovare da parlare con un ragazzo ti toccava andare nella chiesa. E allora si veniva a casa dalla messa o dalla benedizione dove eravamo sempre accompagnati da qualcuno, dall’amichetto, dall’amichetta, da qualcuno. Poi nel dopoguerra mi sono sposata, ho conosciuto mio marito, siamo stati fidanzati un po’, poi mi sono sposata nel ’47. Io abitavo in Paese a Pian di Castello, sono andata ad abitare a Castel Nuovo in mezzo ad una campagna. Là mi sono trovata un po’ spaesata, non c’erano i vicini, in principio ho sofferto un po’ perché ero abituata così dove c’era la gente e là non c’era nessuno. Sono stata per dieci anni lì in famiglia, sono andata in una famiglia molto molto buona, la suocera non c’era, avevo la cognata, il cognato, eh…mi volevano molto bene. Sono stata benissimo, meglio di casa mia. Siamo stati per dieci anni assieme, ho avuto due bambini, due maschi. Mia cognata ne ha avuti altri quattro e dopo 10 anni ci siamo divisi, sono andata ad abitare a Monte Colombo, due anni a Monte Colombo, poi sono venuta giù a San Giovanni, nel ’57. Poi con mio marito siamo venuti su in queste campagne…poi con un po’ di sacrifici, di sofferenza, non c’era carne, non c’era niente, mio marito stava male da tempo e mi sono dovuta rimboccare le maniche e mettermi a testa di tutto perché i ragazzi ancora non erano uomini da dargli interessi, erano ragazzi ancora giovani quando è morto il papà. E allora io mi sono messa in moto per questa casa e ho dovuto fare tutto con il geometra, con l’impresa, con il falegname, ho dovuto fare tutto io con l’aiuto di un figlio, quello più grande, però ci intendevamo, e così si è tirato avanti. Mio marito è morto nel ’72, nel ’67 mio figlio più piccolo che aveva 15 anni, ha avuto un grosso incidente, veniva a casa da lavorare, ha battuto la testa e l’abbiam portato a Bologna, e l’ho portato su e giù per tre anni, poi era da operare però io non ho avuto il coraggio di firmare la cartella per fargli fare quella operazione, andare al cervello, volevano operarlo per il cervello, ha perso la vista quasi in un occhio e io sono andata a parlare con i professori però non ho avuto il coraggio di dire sì…ho chiesto parere a tanti, nessuno mi consigliava di tagliare, nessuno. L’ingegnere che era il proprietario del podere dove abitavamo aveva dei nipoti che erano medici oculisti che lui aveva bisogno anche delle visite oculistiche, m’ha scritto da Roma e m’ha detto “ anita guarda che la testa si opera quando non si può fare a meno”allora ho detto ai dottori, ormai son 40 giorni che siam qua, adesso andiamo a casa , poi dopo Pasqua veniam su, facciamo Pasqua tutti n famiglia poi dopo Pasqua andiamo su, se è da operare vediamo un po’. Mentre invece son venuta, mi hanno fatto firmare una cartella per portarlo via sto ragazzo. Quando son venuta giù mi ha chiamato il dottor Golfarelli, il dottore di famiglia. “ Cosa hai fatto?Hai portato via quel bambino. Cosa hai fatto? Se ti prende una crisi epilettica! M’han telefonato da Bologna che eri venuta via col bambino! Cosa hai fatto?” Allora di lì non ho avuto più pace. Dopo Pasqua ho cominciato col treno che la macchina non c’era, su e giù per Bologna. L’ho ricoverato il 17 luglio, l’han tenuto 15 giorni sotto osservazione, il bambino parlava bene, era messo bene, sono andata su a trovarlo perché dopo stava da solo e i dottori m’han detto “ signora l’operazione non c’è più bisogno di farla perché la ciste è sparita da sola” e questo ragazzo i salti, è venuto via col pigiama addosso e..isé. Dopo tutte le mie disgrazie purtroppo sono caduta anch’io, perché erano troppe…i giorni, gli anni della mia vita più critici e ho avuto tutte queste disgrazie, tutta questa disperazione, la casa in piedi da pagare, quando fai la casa tutti hanno da avere i soldi, comunque dopo sono caduta un po’ in depressione, ho passato dei giorni un po’ neri, però adesso nella vecchiaia mi trovo bene. Ringrazio Dio mille volte che mi faccia stare nella mia casina che sto tanto bene, con il mio figlio dentro casa, quello più grande. DAVIDE - Quindi i figli ce li hai ancora tutti e tre? ANITA - Due, uno dopo è andato via in Germania a 18 anni, quello che è caduto. DAVIDE - Sta bene, si è ripreso completamente. ANITA - Sì, ha 52/53 anni, sta benino, si è sposato ha ormai la sua famiglia là e quindi…quanti pianti dietro, quanti pianti…ero ridotta che non gli facevo più neanche la valigia…” Vatti a fare la valigia, perché io non ce la faccio più a mettere giù quei panni in quella valigia, sempre con quella valigia su e giù, su e giù. VIRGINIA - Oggi Anita cosa fai? Come passi il tuo tempo? ANITA - Ho passato il tempo a fare l’uncinetto, facevo i lavori a maglia, le coperte, ho fatto delle belle cosine. Adesso ho fatto una tenda di pizzo nella cucina, nella camera i tendini di pizzo fatti con le mie mani. Sì, ero capace di fare qualunque cosa. Anche alla macchina da cucire…un vestito, un paio di calzoni che la mia cognata era brava, lei era andata a imparare. Mi sono messa a fare un po’ di tutto, un po’ la mia passione. E adesso non faccio più niente…adesso mi faccio da mangiare, la mattina mi alzo tardi, la sera vado a dormire tardi, sempre alla solita ora. DAVIDE - Tardi cosa significa per lei? ANITA - Tardi significa verso le 23.00. Al mattino adesso con questi freddi alle 09.00 e mezza, se no d’estate alle 08.00…nel campo non vado più, prima avevo il terreno, adesso l’ha preso in mano mio figlio, io non ce la faccio più…e allora fa tutto lui, nella cantina fa tutto lui, adesso fin che posso faccio per me. Tengo in ordine la mia casa, mi piace molto la casa ordinata come tutte…che saranno tutte più brave di me. SILVIA - Perché non si è risposata? ANITA - Non mi sono risposata perché io a lasciare la casa mia non volevo e andare via da casa mia…ero troppo attaccata ai miei figli, non ce l’ho fatta. Poi non ho mai avuto l’intenzione di risposarmi, forse se mi fosse capitato un uomo magari di uscire alla sera qualche volta così, però…te a casa tua ed io a casa mia…non ho avuto più intenzione di prendermi la responsabilità di stare con un altro uomo. In principio mi sono chiusa un po’ troppo, perché sono caduta un po’ in depressione…dopo ho incominciato ad andare alle gite, mi piaceva cantare, ho buttato tutto alle spalle il passato, mi piaceva cantare e cantavo, facevo ridere gli altri. Poi sono andata in montagna per 12 anni e anche lassù si stava bene, molto bene, a me piaceva raccontare le cose. Una sera in tuta, laggiù dove c’era la discoteca mi sono messa a cantare, a raccontare barzellette…ti deve venire spontaneo se no…”dimmi una barzelletta”..e non ti viene nemmeno in mente perché non si ancora orizzontato e così adesso la montagna ho lasciato perdere, ho perso la compagnia, non mi trovo più. Alla gita se non vanno tanto lontano ci provo ad andare ancora. L’anno scorso siamo andati a Roma, alle fosse Ardeatine. C’ho le vicine che andiamo abbastanza d’accordo, stiamo un pezzo assieme, raccontiamo qualche cosina del più e del meno. SILVIA - Abbastanza d’accordo in che senso?E’ fatica andare d’accordo coi vicini? ANITA - No, no a me piace andare d’accordo coi vicini, se una per esempio ti dice una cosa che ti offende io non la prendo proprio come un’offesa, magari vedo che lei sta un po’ col muso, col grugno così io non sono capace, io quando passo saluto e ci parlo. No i non sono capace di essere superiore agli altri perché quello che non ha voglia di parlarti si sente un po’ più, magari chissà cosa, invece non è vero, quella è ignoranza perché non parli, perché se te pensi in fondo io prima di offendere una persona ci penso, te mi hai offeso e poi non mi parli nemmeno?Eh, niente, ho dovuto io cavarmi il cappello e parlare, altrimenti si stava in collera anche coi vicini perché tanto c’è sempre qualche cosina che non va . Però io dico sempre il nostro difetto lo abbiamo tutti solo che non lo conosciamo tante volt, conosciamo quello degli altri e il nostro no e così io la penso in quel modo. Anzi penso se non mi saluta oggi mi saluterà domani…io non sto in collera con nessuno. SILVIA - Se tornasse indietro rifarebbe le stesse cose? ANITA - Se tornassi indietro? Ma come farei a tornare indietro con la vita che ho fatto? SILVIA - Per fantasia…cos’è che non rifarebbe? ANITA - Lo rifarei. SILVIA - Tutto? ANITA - Bè sì, a tempo di guerra si stava bene, c’era tanta miseria però eravamo così affiatati, uno con l’altro…insomma ci ritornerei. Che non ritornerei più è in famiglia, vorrei restare sola con la mia famiglia. VIRGINIA - Ho una curiosità, dal fronte vi siete scritti? Le scriveva suo marito? ANITA - Io mio marito quando era militare non lo conoscevo, l’ho conosciuto nel ’45 quando è ritornato, ma avevo un fratello che ha fatto 3 anni di prigionia in Russia, son partiti in 10 dal paese, è ritornato solo lui perché è stato proprio fortunato…ci ho fatto una lettera quando ha fatto i 50 anni di matrimonio perché io ero in Germania e non son potuta andare. Dai dai vieni ma ormai ho fatto il permesso per andare là e ho dovuto andare là. Ci ho scritto una lettera molto molto bella …mi dispiace che non ce l’ho. Glielo ho chiesto “ ce l’hai ancora quella lettera?” Non ce l’ha perché gli fa impressione di ricordare tutto quello che è passato, di tutto quello che ha visto, tutti i morti che ha sepolto…adesso ci son le ruspe dove combattono laggiù e fanno le fosse, li buttano lì. Loro le han dovute fare con pala, con vanga e badile, poi li han spogliati tutti nudi e li han buttati giù nelle fosse comuni. Invece mio marito loro dice che ci buttavano l’erba sulla faccia, loro sono andati giù con il vestito, lì c’era la matricola c’era tutto se li cercavano ma gli anni indietro dice che han portato su i prigionieri dalla Russia, ma mio fratello ha detto “ Dove li prendono i prigionieri dalla Russia che è morta tanta povera gente, li abbiam sepolti, li abbiam raccolti da tutte le parti, io non so se ne è rimasto qualcuno che non abbiamo visto ma non credo. Li abbiamo sepolti tutti nudi, non avevano niente, né nome né cognome, non c’era matricola, non c’era niente. Lui è partito nel ’42 mio fratello, ha fatto il giuramento al Sacrario del Re di Puglia. Adesso io, quando l’ha fatto mio nipote ci sono andata. E’ partito nel ’42, è andato giù in Russia nel ’42 a settembre, nel gennaio del ’43 c’è stato un grosso combattimento, una grande offensiva e allora lì l’han fatto prigioniero. Erano 30.000 prigionieri, nel posto dove era lui, poi dopo pochi giorni, li hanno messi nei vagoni bestiame e han camminato per 15 giorni, la fame, la sete, con un cucchiaio raschiavano le sponde del camion per bagnarsi un po’ la bocca perché erano seccati, affamati. Da 80 chili era ridotto a 40.44, aveva molto dimagrito, poi sono andati nel campo di concentramento e alla famiglia non ha dato più notizie. Ero io che scrivevo sempre perché a me ha sempre piaciuto a scrivere. L’ultima lettera che ha scritto l’ha scritta in dialetto perché passavano la censura. Se era in italiano non arrivava, allora l’ultima lettera che ha scrittola detto: “ A spirèm che la fnisca prest, perché dis i quaggiù l’è frèd, per cuscin a mitim una fascina ‘d legnaqual cosa chi truvèva in gir.” Dopo nella prigionia, quando li han portati nel campo di concentramento erano 30.000 però è scoppiato. Lui la malaria l’ha avuta, l’ha curato una infermiera che gli ha fatto delle punture ben grosse qui, l’ultima volta che l’ha avuta, pensava di non venire più in Italia, dice ormai si va…mentre invece questa infermiera l’ha tirato fuori dalla malaria…ma dopo han preso una epidemia spidocchiale, da 30.000 che erano son rimasti in 3.000 e c’era uno sposo di Mondaino che la mattina dopo aveva avuto l’esonero che lo mandavano su, che aveva 4 figli, lo avevano esonerato. Era a dormire vicino a mio fratello, la mattina quando s’è svegliato lui poverino era morto. E dopo son stati lì per tanti anni, lui faceva il calzolaio perché lo faceva anche a casa e…non li trattavano male dopo i Russi, da mangiare c’era, lui aveva preso una buona amicizia con il comandante, aveva imparato un po’ il russo, si difendeva un po’. Dopo del ’55 Togliatti dice “ Ragazzi vedrete che presto rimpatrierò anche voi”. Dopo del ’45 l’Italia ha aperto i cancelli alla Russia e è venuto a casa. A Innsbruck, come sono arrivati, perché ha fatto il Brennero per venire a casa, gli han fatto fare la disinfezione, li han vestiti borghesi e son venuti fino a Rimini con un camion, un servizio del genere. Rimini era tutto buio, non c’era luce, non c’era niente, tutto buio e tutto distrutto dalla guerra. Ma poi dove stavamo noi, da Rimini una distanza di 30 chilometri e lui non sapeva come fare, si è avviato piano piano a piedi, ha fatto 30 chilometri a piedi. E’ arrivato a casa la mattina prima del giorno, abbiam sentito io e mia sorella quella più grande a bussare alla porta, chi è chi non è…mia sorella ha detto…” Se non mi dite chi è non apro!” “ Aprimi che sono Augusto.” I vicini di casa si sono alzati tutti, tutti, il paese si era adunato a casa nostra, era arrivato questo fratello. Adesso ha 83 anni, con i suoi anni sta benino. VIRGINIA - Per chiudere se tu dovessi dare a noi un consiglio? ANITA - Voi divertitevi adesso che siete giovani perché quando io avevo la vostra età era un altro mondo, un’altra vita. Quindi divertitevi e sappiate pur prendere la vita come il vostro cure vi dice, Perché adesso la vita è bella. |
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Nelle parole di PAOLO MURRI Assieme a Virginia, 4 marzo 2005 Pianventena (San Giovanni in Marignano) VIRGINIA - Raccontaci un po’ di te, quando sei nato, dove?… PAOLO - Io sono nato nel 1935 in un paesino in provincia di Treviso, Asolo che è una perla del Veneto, un paese dove è sepolta Eleonora Duse, dove c’è il Castello della regina di Cipro…insomma un paesino storico come ne avete tanti anche in Romagna, molto bello nella collina in mezzo al verde con un clima speciale perché alle spalle c’è il Monte Grappa, da un’altra il Montello…non ci sono mai venti…infatti il primo vento che ho sentito in vita mia è quando sono andato ad abitare in Svizzera, che da noi proprio è un clima stupendo. Son nato lì , un paesino ridente con tanti amici, mi son molto divertito in gioventù perché c’era molta aggregazione di bambini, si stava sempre insieme, non c’erano le macchine, si viveva in piazza, si viveva per le vie, tutto al contrario di adesso..non avevamo fortunatamente la televisione e quindi i giochi li creavamo noi. VIRGINIA - Che giochi si facevano? PAOLO - Qualsiasi gioco, o con un pezzo di traccio si faceva una palla e si giocava a pallone per delle ore, o si giocava con le palline, si giocava a mosca cieca , si giocava a rincorrersi, si giocava alla guerra, quello è l’importante, il paese era diviso in sezioni, quelli che abitavano in certe vie, quelli che abitavano nelle altre, ognuno aveva la sua banda e ci si scontrava anche, delle vere e proprie battaglie, con gli archi con le frecce, era vivere! Oggi io ho dei nipoti, me li vedo lì sempre davanti a sta televisione, col computer, col game boy, con tutti quei giochi lì che son bravissimi velocissimi davanti al computer ma…non hanno aggregazione, non hanno comunicazione. VIRGINIA - Verissimo! E poi ti sei trasferito qua? PAOLO - No, dopo disgraziatamente, ho conosciuto questa….15 anni, io ne avevo 20. VIRGINIA - E la sua signora come si chiama? PAOLO - Siviero Luisa. Mi ha stregato, eh naturalmente in quegli anni lì, avevo 24-25 anni si era disoccupati, non c’era lavoro, anni 50, io lavoravo come dattilografo in pretura nel Tribunale senza stipendio naturalmente, io facevo le multe, ovverosia facevo i fogli per le multe dei datori di lavoro che non mettevano in regola gli impiegati, io però ero lì in Pretura che lavoravo non in regola contro lo Stato. Dopo qua…insomma dobbiamo sposarci, son partito con le mie valigie son andato in Svizzera, ho fatto 16 anni di Svizzera, ho imparato un lavoro, ho lavorato, dopo di che ho trovato lavoro qui, lo stesso lavoro che facevo in Svizzera. VIRGINIA - Che lavoro facevi? PAOLO - Attrezzista di torni automatici, viteria, bulloneria. VIRGINIA - E poi si venuto qua, quindi sei qua da quanti anni? PAOLO - Eh, ormai 30 anni, son venuto qua nel ’75, quest’anno quando è marzo faccio 30 anni. VIRGINIA - E la scuola invece? PAOLO - A scuola ero un malandrino, a scuola proprio ero l’incontrario di tutto, infatti : “ Il ragazzo è molto intelligente…ma non ha voglia.” Difatti io a 13 anni ho fatto la III media, 14 anni mi hanno chiamato in presidenza, m’han detto “ Se te prometti che non continui più a studiare noi ti promuoviamo!” Ho fatto piangere un professore di ginnastica, ho fatto piangere il professore di disegno dalla disperazione. Ero vivace, non facevo niente di male per carità, ma ero irrequieto. Infatti un mio nipote è molto curioso e gli piace studiare, a l’altro invece non gli piace e io gli dico fai bene perché in Italia abbiamo bisogno non di dottori ma di idraulici, di elettricisti, di gente che ha voglia di lavorare sul serio e che guadagna molto prima e molto di più. E’ inutile chiamare gli extra comunitari perché io…ho la stessa sensazione della Svizzera, in Svizzera noi eravamo 500.000 italiani che facevano i lavori che gli svizzeri non volevano fare e in Svizzera i ragazzi erano tutti disoccupati perché tutti volevano andare in ufficio . adesso facciamo la stessa cosa qui, i ragazzi vogliono posti dove non si sporcano le mani ma…fare il muratore, fare l’imbianchino no, vangar la terra non lo vuol fare più nessuno, allora abbiamo i disoccupati…perché se viene un negro e compagnia bella, viene qui e trova lavoro, possibile che uno di qui non possa trovar lavoro? Devi accettare il lavoro che ti offre quel momento dopo se hai la testa vai avanti. Ma al momento se hai voglia di lavorare, finisci gli studi, naturalmente se vuoi studiare studia per carità! |
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Nelle parole di LUISA SIVIERO Assieme a Silvia, Virginia e al marito Paolo Murri, 4 marzo 2005 Pianventena (San Giovanni in Marignano) LUISA - Sono del ’40. sono venuta anch’io, dalla provincia di Rovigo. Avevo un albergo e ci siamo conosciuti, ci siamo sposati, siamo andati in Svizzera, abbiamo vissuto lì 15 anni, sono stata benissimo, tre figli bellissimi, bravi tutti e tre. Adesso ho quattro nipoti, due femmine e due maschi. I nipoti la più grande ha 18 anni quest’anno, dopo uno di quindici, uno di nove e il piccolino di quattro. Naturalmente faccio la nonna a tempo pieno, oggi li ho lasciati a casa da soli perché ho il telefonino, ho detto se avete bisogno telefonate, tanto abito qui dietro quindi faccio presto ad andare a casa. Ho piacere di questa osa, mi piacerebbe che continuasse, tutti i giorni a casa! Anche una volta alla settimana è bello! VIRGINIA - E’ un modo di comunicare ed incontrarsi! LUISA - Per poter anche far qualcosa assieme. Si potrebbero far parecchie cose: qualche cena, qualche passeggiata, vedere anche qualche museo, si poteva , non so, prender un pulmino e se c’era un gruppo di anziani , andarli a prendere per un museo, una camminata al mare, visto che tanti non hanno la comodità di andare. Basterebbe stare assieme anche una volta alla settimana. Sarebbe molto bello anche per conoscerci meglio, è 30 anni che siamo qui però solo ciao ciao…invece così si potrebbe stare in compagnia. VIRGINIA - Con Paolo come vi siete conosciuti? LUISA - Io avevo un albergo bar, lui veniva sempre al bar… PAOLO - Poi io lavoravo proprio nella struttura che era nella via di fronte e difatti io dalla finestra vedevo lei alla sua finestra, ci parlavamo anche da finestra a finestra. LUISA - ...e poi un aperitivo, giocare a carte…io sono una giocatrice di carte, siamo, biliardo, carte…naturalmente ci siamo trovati. Fortuna che gioco a carte! Noi ci troviamo tre volte alla settimana a casa mia e giochiamo alle carte con gli amici, perché si no che si fa? Anzi io ho detto magari troviamo qualcuno e facciamo qualche partitina a carte! Io sono l’ultima di nove fratelli, la mia famiglia era molto numerosa, le feste più belle Natale, Pasqua, amici, c’era la casa piena di gente. Infatti a me piace la compagnia. SILVIA - Ci può raccontare un ricordo, una cosa bella di quando stavate tutti insieme? LUISA - Ricordo a casa mia quando ci si trovava tutti i fratelli, i nipoti, eravamo in 20/25 anche 27/28 e non c’erano letti da dormire per tutti naturalmente e ricordo che mia mamma…noi venivamo giù dalla Svizzera e negli armadi tirava dei cassettoni e metteva a dormire i bambini dentro i cassetti, nella vasca da bagno…perché poi si giocava a carte tutta la notte. Si facevano i turni a giocare a carte. Noi si andava aletto magari alle 7 alle 8 del mattino. Mia mamma a 70 anni si è paralizzata ma era sempre seduta vicino a me quando si giocava a carte, non parlava ma sempre li vicino, immobile. Ed erano delle cose bellissime insomma. E adesso, purtroppo, muore la mamma, muore il papà e ci si trova un po’ di meno. Adesso ci si trova solo ai funerali. A parte che io qui son da sola perché son tutti a Padova o a Treviso, mia sorella a Foligno. Sono sola insomma, ecco. Gli amici che ho che ci si trova due tre volte alla settimana sono milanesi. Sì, c’è un romagnolo e …quando è così che si viene da fuori si fa amicizia prima con gli estranei che con quelli del posto. PAOLO - Io mi trovo con tutti. LUISA - Sì perché sei dell’AVIS , perché siamo con l’AVIS, volontariato dell’AVIS. PAOLO - Domenica abbiamo il 25 dell’AVIS. Io venendo dalla Svizzera che ero già iscritto, avevamo fatto una sezione AVIS in Svizzera, quando c’è stata l’alluvione di Firenze noi per ringraziamento alla Svizzera per quello che ha fatto, per i ragazzi che son andati su a mettere a posto le videoteche sotto al fango ecc. ci siam recati alla Croce Rossa e abbiamo fatto una donazione di sangue.Visto che eravamo in parecchi abbiamo detto perché non fondiamo un’associazione AVIS? E abbiamo fondato una Associazione AVIS in Svizzera, è andata bene fino a che ormai si è esaurita perché gli italiani in Svizzera sono rimasti pochissimi ovverosia figli di italiani che sono svizzeri ormai. SILVIA - Vorrei sapere l’aspetto dell’italiano che esce dall’Italia, che va in un altro paese. Io non posso neanche immaginarlo perché non c’ero.Mi piacerebbe proprio sapere come ci si trovava, quali erano le difficoltà negli anni vostri 50/60. LUISA - Molto triste, molto triste perché io mi ricordo che ero andata in Svizzera perché avevamo degli amici sempre del suo paese che eran lì. Il primo anno non ho lavorato ed era molto triste, dopo ho fatto la babysitter. PAOLO - Teneva i bambini dei nostri amici. LUISA - Avevo gli amici che andavano a lavorare, bisognava alzarsi alle 6.30 in Svizzera perché alle 7.00 dovevano già essere al lavoro, allora io badavo i bambini. Anche arrivata poi in Italia…ne avrò guardati una decina di figlioli ed è il mio lavoro. Comunque i primi anni è stata dura perché non conoscevo la lingua, come italiani ti vedevano male. Solo i veneti e i lombardi ancora erano ben visti. PAOLO - I miei amici che erano lì mi han trovato la casa, dormivo sotto i morti diciamo, perché il mio amico viveva dal sacrestano della Chiesa, le Chiese in svizzera hanno il cimitero, fuori dalla Chiesa c’è sempre il prato col cimitero e lui aveva una casa che confinava col cimitero. Dunque vivevamo in una stanza, in un seminterrato con la finestra che c’ avevo la tomba così…dei bambini però eh, era il cimitero dei bambini dunque dai…Quando mi son sposato, che son venuto su con lei che non avevamo i figli, ho dovuto andare in cerca di un appartamento, allora ho dovuto girare con la carta geografica dell’Italia per far vedere dove ero nato e dove abitavo. Perché c’era una linea, di qua ti davano la casa, di là non te la davano. Venezia, Asolo sì sì!! …allora m’han dato l’appartamento. Dunque ad esempio adesso io capisco quelli che sono qui emigrati quanto possano soffrire. Questa xenofobia che c’è stata in Svizzera, che volevano mandarci via, sono stati degli anni tremendi, avevano fatto le votazioni per mandar via gli stranieri eh…Quando nell’ambiente di lavoro ti conoscono e sanno chi sei tutto va bene ma per la strada sei un CIC . Cic ti chiamavano. Cic deriverebbe dai cinesi svizzeri che andavano su a lavorar nelle miniere negli anni fine 800 e giocavano alla morra, nel dialetto del Ticino dicevano Cinc Quattr e han cominciato a chiamarli Cic, in segno dispregiativo eh!!! Però mi so trovato bene perché …la mia famiglia, sono nati i miei figli, bei ricordi, mi son trovato bene col lavoro, anche io avevo deciso di non tornare più in Italia, di stare lì per sempre perché stavo bene. Invece dopo mi è capitata questa occasione qui che erano amici che lavoravano lì con me che si son piazzati qui col lavoro, con lo stesso lavoro, mi hanno convinto di venir giù e subito per subito ho detto no. Dopo un anno son venuto qui in ferie, ho visto che c’è il mare a due passi e ho deciso di venir giù e mi son trovato benissimo, in Romagna si sta bene. |
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Nelle parole di PIERINA MAGNANELLI Assieme a Virginia, 4 marzo 2005 Pianventena (San Giovanni in Marignano) VIRGINIA - Pierina tu hai 86 anni e dove sei nata? PIERINA - Al comune di Morciano di Romagna, da lì son venuta al Comune di San Giovanni. VIRGINIA - Quindi sei proprio romagnola, del posto? PIERINA - Romagnola sì. VIRGINIA - E tuo marito? PIERINA - Mio marito era di Isola di Brescia. E’ morto nel ’78 , il 6 ottobre. E’ 26 anni che non c’è più. VIRGINIA - E i figli? PIERINA - Ah i figli son grandi, la più grande è la moglie di Giuseppe Basilari, ha 60 anni come lui. VIRGINIA - Hai nipoti? PIERINA - Sì, due ragazzi, uno è sposato , c’ha 33 anni, due figli. Uno di 4 anni e va all’asilo e l’altro all’asilo nido che c’ha 16 mesi. VIRGINIA - Quindi sei bisnonna? PIERINA - Eh sì, son bisnonna. VIRGINIA - Si stava meglio prima o adesso? PIERINA - Si sta meglio adesso perché quando eravamo bambini eravamo nove fratelli, il babb era operaio, non c’eran tante cose. Io andavo a far la cameriera d’estate, andavo a far la stagione al mare e il resto d’inverno aiutavo il babbo, facevo un pezzettino di terra, dopo ho sposato e ce l’aveva anche lui. Allora andavo in campagna. VIRGINIA - Era dura? PIERINA - Bè insomma la terra era poca, dopo siamo andati a stare qua verso la Tombaccia io e mio marito abbiam messo il frutteto. Morto lui abbiam lasciato tutto. VIRGINIA - Amici? PIERINA - Sì, tutti sono amici, dove sono stata mi mandavano sempre a salutare. Anche da San Giovanni tutte quelle che han fatto la gioventù con me, che sono ancora vive…vedono la mia figlia…saluta la mamma, saluta la mamma. VIRGINIA - Da giovani cosa facevate per divertirvi? PIERINA - Qui l’asilo l’abbiamo fatto i parrocchiani una parte. C’era una piccola stanza e c’era la Garuffi Maria che faceva l’adunanza a tutte le ragazze. Venivano all’adunanza e poi si andava alla Benedizione e poi si faceva il giro della Tombaccia e poi facevamo la Via del Tempio Antico e si andava a finire a casa. Mica c’erano le macchine, le biciclette. Mio padre poi diceva “dalla calata del sole dovete stare a casa”. VIRGINIA - E a ballare vi lasciavano andare? Si ballava? PIERINA - Facevamo qualche veglia in famiglia, il carnevale e basta. Dove si andava a piedi?! Una volta siamo andati a Misano Mare in bicicletta tutto di fuga perché se lo imparavano i nostri genitori non volevano. Qui a San Giovanni c’era uno che c’aveva….non mi ricordo come si chiama…andavano lì a passare la Domenica. VIRGINIA - E tu andavi? PIERINA - No io non ci sono mai andata perché io ballare non sapevo fare…non c’andavo…comunque lo sapevo perché i miei fratelli ci andavano. Io sono la penultima, mi è morta una sorella a 100 anni e poi ne avevo ancora un’altra più grande che è morta a Roma ed era del 1902. gli altri tutti maschi. |
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Nelle parole di SEVERINO GUCCIONI Assieme a Corrado Bianchi e Virginia, 11 e 15 marzo 2005 Pianventena (San Giovanni in Marignano) SEVERINO - Sono del ’34. Sono nato a Fanano il 6 giugno del ’34 Teniamoli questi giorni fin che possiamo no! E andèna aventi. Dal ’34 quando sono nato io poco dopo è iniziata la guerra e quella famosa guerra m’ha portato via un fratello che poi me l’ha ridato quasi in quatre cas ad legn, l’ho riconosciuto come malattia mentale, deperimento organico a tempo di guerra. E’ venuto a casa purén che l’era la fin del mond! El mi ba ha fatto la guerra del ‘15 ’18 e’ mi fradèl era di cavalleria su a Lodi. Son riusciti a scappar via se no andavano a finire al forno crematorio anche loro come han fatto i suoi amici. Sono andati in Svizzera e da lì si sono salvati ma dopo 19 mesi che noi non sapevamo se era vivo o morto la Croce Rossa c’ha dato notizie che lui era vivo però era uno stecchino. Da 90Kg era 38/40Kg una roba isé. Fame, miseria. Mio padre non poteva rimediare niente, si andava a dar fastidio ai contadini. Qui era un paesino dove la nostra fonte di guadagno, di lavoro era i cesti, i cesti per la spedizione del pesce…e allora per farli andavamo in campagna. In campagna dove andavi davi fastidio, dove prendevi il materiale per fare sti cesti si andava là. VIRGINIA - Li vendevate dove? SEVERINO - Noi li vendevamo a Cattolica. Ad esempio io li portavo al padre del Vescovo di Rimini de Nicolò. A Pritelli di Cattolica. VIRGINIA - Come erano fatti? Andavi in campagna a cercare il materiale? SEVERINO - Le canne, che c‘erano i canneti e tuttora ci sono: Quelle lì adesso se le vai a prendere ti dicono grazie ma allora invece tochèva paghèle a caro prezzo, noi le andavamo a fregare così e delle volte ho preso anche le botte. Si tirava avanti pian pianino. Fortunatamente che e devo ammetterlo ad alta voce questo qui, sicuramente allora c’era molta molta più solidarietà di oggi. Noi eravamo nullatenenti e c’erano delle vecchiette che venivano con un cartoccino sotto le zinèl purine, una veniva sa na fettarina ad pèn…apposta ho detto che ritornare a quei tempi è bello ma ti viene un po’ il nodo alla gola. VIRGINIA - E la scuola? SEVERINO - Ecco, poi non ne parliamo della scuola! Io perché non avendo la possibilità di avere la divisa da balilla, allora c’era quelli che eran vestiti da balilla ed erano coccolati e poi quando si usciva da scuola là ti davano un piatto di minestra “ ris e patèd e fagiol” i à fat anche la canzon!…e allora niente io andavo giù con loro e dovevo star lì nella sala dove ci davano da mangiare e guardare loro, quando loro avevano finito puoi capire!!!…andavo a casa ..à dèva d’mors …gramigna. Ero piccolo, 12 anni , il momento del primo sviluppo e non avevi niente, niente. Mia madre andava in campagna a spighè e’ grèn da un che sapeva che mia madre poveretta non dava fastidio e allora la chiamavano dice…”puoi andar là…puoi andar qua a raccogliere spighe”, dentro le file del granoturco, quando le andava a raccogliere qualcosina rimaneva…e allora prendeva qualche patata, due fagioli, il grano che lo macinava nel macinino del caffè…po’ capì che roba che poteva v’nì fora. VIRGINIA - Non pagavano quindi…e cosa vi davano? SEVERINO - Faceva due piadine poveretta, io gliele trovavo anche drenta tèl caldèra di piét sporc, il caldare in rame no, metteva due piatti sporchi sopra, sota el tavagliol metéva sta piadina e me cerca cerca la truvèva. VIRGINIA - E tuo padre Severino? SEVERINO - Mio padre poveretto lui è sempre stato poco bene, niente non c’era lavoro allora e lui cacciato via come un animale perché…”te an si sa nun…te si sa clielt , nun si sa nun”…e …ti porto giù una fotografia, se la trovo te la porto giù…tut stracèd purét! Poi è arrivato il momento delle cannonate! Io avevo un fratello e una sorella. La sorella era giù alla colonia, a Cattolica era a lavorare. L’unica fonte di guadagno era da lei. Lei prendeva quei due soldini e come arrivava a casa già prendeva un paio di chili di pane, quel pane secco, prendeva un pezzettino di lardo e tutte quelle cosine per poter sopravvivere. Una domenica eravamo in maggio, l’èra andè a cogliere i lupini, quelli si mangiavano cotti e crudi ed io ero lì con i miei amici, si giocava, nel paese di Fanano lì, vero le 15.30 si è sentito questo lamento di aerei, non so quanti u i n’éra, hanno iniziato a fare i bombardamenti ai ponti del fiume Conca e della ferrovia. I à durè do, tre dé ( giorni). Le prime botte non capivo cos’era, anche gli anziani che avevano fatto la guerra, loro sapevano…e io mi sono spaventato, ho trovato un ulivo, era quasi notte, mi son buttato là sotto e i m’ha truvè al quatre dla maténa, cerca cerca alle quattro del mattino mi hanno trovato che stavo dormendo là sotto. Un amico è stato ucciso e un altro… VIRGINIA - Ne hai persi molti di amici? SEVERINO - Molti, molti, molti, molti a Fanano proprio dei miei amici della mia età, 4/5 sicuramente. Si schèg do il à taglié la testa. Eh bè, teniamoci da conto anche questo, finché possiamo. Nel dopoguerra già incominciai ad avere il libretto di lavoro e si andava a bussare a tutte le ditte. VIRGINIA - C’erano ditte nel dopoguerra? SEVERINO - Un po’ di lavoro, bussavi a un cantiere e non c’era, un altro non c’era, sono andato a finire alla Mater Dei di Riccione, alla Colonia Mater Dei. Lì ho lavorato due anni. VIRGINIA - E cosa facevi? SEVERINO - Manovale. VIRGINIA - Quanti anni avevi? SEVERINO - Nel ’50, 15 anni, i n’éra una masa! Andavo anche a piedi da Fanano fino a là…n’è poc! VIRGINIA - Si camminava tanto eh! SEVERINO - Avevo la bicicletta che me l’aveva regalèt un amic, senza freni, era una commedia. Mi ricordo un episodio. Avendo lavorato lì, un muratore era della zona, mi voleva bene, un bene da morire e l’impresario era di Misano e anche lui mi voleva molto bene e allora nel ’50 è stato l’anno Santo no, i andèva a Roma in gita e dovevo andare anch’io…ma cum à fèva ad andè , le scarpe non ne avevo, i pantaloni non parlèm gnènca, andavo a vendere il pesce…mi dava mio cognato una cassettina di pesce e un sacchettino di vongole, andavo a Cattabrighe, Santa Maria di Pesaro e allora io venivo a casa che avevo già fatto il mio lavorino e giù nella discesa delle Siligate incontro sta fila di pullman e uno si ferma, si vede che m’aveva conosciuto sto anziano lì e mi volevano portare a Roma a tutti i patti in quel modo come ero…e io niente mi son messo da parte, mi son messo a piangere perché avevo piacere ma non potevo andare in quel modo e niente…dopo han continuato dei mesi a venirmi a trovare, a portarmi qualcosa…dove stavo? ..su un architrave, sette biscie! Po’ capì che chèsa cl’éra!!! VIRGINIA - E, scusami, tuo cognato ti dava il pesce perché era…? SEVERINO - Lui aveva la licenza perché era regolare, era grande, aveva una cavallina col carrettino, andava via così, fatica non ne faceva, ma io…prendevo 15/20 kg di vongole e una cassettina, li galere, cli pesci lunghi chi zittiva da fè el brodèt i cuntadin, una cassettina di quella roba lì per guadagnare 200/150 Lire. Andavo a finire sopra il porto di Pesaro dove c’è quel faro, lì vicino c’è la villa di quel tenore, Pavarotti…quella zona lì. Vado su una mattina al buio, partivo col cantare del gallo diciamo, via via sono arrivato là due ore prima del giorno, sulla riva del mare c’è sempre un po’ di vento, metto giù la bicicletta al muro, poi mi metto lì…sentivo suoni strani…bidibim, bidibum…quando si fa giorno mi accorgo che avevo messo la bicicletta nel cimitero, quando me ne sono accorto ho fatto due urli e son scappato via: “Pesce, pesce!!!” VIRGINIA - Dopo il lavoro alla Mater Dei? SEVERINO - Dopo ho cominciato a fare il muratore a Cattolica, uno m’ha detto :”Vai lì che ti prendono sicuro!” Vado là, mi guarda “ Quando sei grande?” m’ha dét “Non ti possiamo prendere” “Perché?” “ Perché te non sei uno e settanta” Ero meno, ero uno e sessantasei. Perché dove i muratori non sono d’altezza più o meno uguale, quando si fanno i lavori di soffitto…adès i fa tut sli machine ma allora si faceva tutto a mano…ci vogliono le impalcature che siano sfasate no, per la impalcatura che lui voleva uguale, a quelli che non erano di altezza, i rapporto agli altri che già lavoravano, a noi non ci voleva. VIRGINIA - Allora non ti hanno preso e dopo come hai fatto? SEVERINO - Eh, niente, dopo d’estate si andava alla trebbiatura nelle Marche. Una trebbiatura che se la fanno domani ci vado subito perché era faticoso sicuramente però era gustoso perché c’era una allegria non indifferente! Si cantava giorno e notte, 24 ore su 24! VIRGINIA - Una giornata tipo? SEVERINO - Eravamo in 11 lì, in Romagna c’erano 40/50 persone fino alle nove, nove e mezzo di sera e alle 5 del mattino iniziavamo. Lì si trebbiava giorno e notte solo che ogni paio d’ore il contadino veniva là con la ciambella, con i liquori, chi è che fumava con la sigaretta…e poi a mezzogiorno, l’una al massimo…era un matrimonio!Non mancava niente, c’era tutto il ben di Dio. VIRGINIA - E ballavate anche? SEVERINO - Sì, e si urlava, si strillava…un giorno è arrivato un topino, quelli del grano, mi è arrivato su in cima, si scherzava tra amici e mi sento…che diavle clè, dop am so accort…aiuto…l’ho preso e ciac!! VIRGINIA - Dicevi di cose che hai tralasciato, ad esempio? SEVERINO - I fatti dolorosi, le malattie, quelle storie lì…io nella mia vita ho sempre cercato di fare del bene, ho sempre fate l’oblighe del bon citaden, tanto per dire. Quei tempi dopo la guerra am so més a fè il chierighen perché il vecchio prete lì di Fanano, porét clè mort, sapeva la miseria che avevamo noi e le malattie…c’era il mio povero padre che aveva e “fog di Santo Antonio” , l’aveva colpito tutta la faccia e tutta la spalla…questo beato prete , se non lo fanno Santo ma quel!, ha fatto che veniva a curare mio padre due volte al giorno e mi portava quei filoni di pane grande, bello, fatto in casa che …un profumo!!!Quando poi ho cominciato a fare sto chierichetto lui mi voleva un bene da morire : “ Perché non vai in convento?” “ No, a dig …an vag tè cunvènt!” Eh insomma… non era una cosa continua, la vita era un po’ spezzata! Un contadino veniva da Fanano a San Giovanni alla piazza, era una piazza per la mietitura a mano. In piazza Silvani al mattino verso le quattro ci trovavamo in 70/100 persone, con la falce qua dietro, la falce della mietitura, un pezzo di sasso nella saccoccia per affilarla e poi lì si aspettava. Arrivavano i proprietari, i contadini, venivano a vedere se andavamo con loro a far la mietitura. E noi “ Come no! Siam venuti apposta!” Si faceva dal mattino prima della nascita del sole fino alle 21.30 di sera. Ci davan da mangiare eh! VIRGINIA - Dormivate là? SEVERINO - No, no , abitavamo nelle vicinanze e allora si andava a casa. VIRGINIA - Tua moglie quando l’hai conosciuta? SEVERINO - Siamo andati a Saludecio. Eravamo in una Topolino in sette! Dovevamo fare un veglione, siamo andati là, fatto sta che verso le 23 non c’era nessuno, siamo scesi giù per tornare a casa e al Ponte Rosso, lì dove c’è il locale ci siamo fermati, siamo andati dentro, abbiamo preso le ciambelle, della roba, ci siam messi in una tavolata , eravamo in 15/16. E poi viene che…prima ho ballato sa una qui di Pianventena, un’amica di mia moglie…e poi ho cominciato a ballare con la mia! Eravamo dei ballerini allora! VIRGINIA - Che balli si facevano? SEVERINO - I balli tradizionali di una volta, il walzer, la polka…poco però. Avevamo per imparare quei giradisc sa cla tromba…il grammofono! Quello lì l’avevamo comprato di seconda mano facendo i cesti. Si andava nelle case, una volta da uno una volta da un altro . A mezzanotte i éra cli vecchie chi fèva due caplèt. Non lasciavano allora le ragazze da sole…scherz! Da sole guai, era un disastro! VIRGINIA - Allora insomma hai ballato con lei… e poi? SEVERINO - Destino dopo vuole che da un ballo , do, tre, la domenica dopo ci siamo incontrati di nuovo là, la terza domenica sono andato a casa sua. VIRGINIA - Tutto bene? SEVERINO - Oh guai, c’era il suocero poveretto che come mi ha visto, m’ha preso come un figlio e io come l’ho visto l’ho preso come un padre. VIRGINIA - I tuoi c’erano ancora? SEVERINO - Sì i miei li ho portati tutti qui con me. E così da Fanano ci siamo trasferiti tutti qui. Purtroppo la malattia ha accompagnato anche qui mio fratello che ha fatto solo l’ospedale psichiatrico di Pesaro. Non lo volevo dire ma ormai. Ha fatto 18 anni di manicomio. VIRGINIA - E poi quella volta! SEVERINO - E poi quei tempi quando usavano l’elettroshock…una roba impressionante. Dop poverino stava benino. Lui stava lì con me e non dava fastidio a nessuno. Poi però la malattia ha il suo corso, ogni tanto si fa vedere e lui aveva fatto già l’abitudine che quando si sentiva in quel modo di andare all’ospedale. Lo portavamo su a Imola, 40 giorni, un mese e poi veniva a casa: “E’ ora di andare a caricare le pile”, diceva. VIRGINIA - Ci sono oggetti, cose che hai fatto tu con le tue mani da giovane, per gioco? SEVERINO - Ah, io ho ancora uno slittino che ho fatto io quando avevo 14 anni. Ce l’ho ancora in soffitta. VIRGINIA - Mi piacerebbe vederlo! SEVERINO - Te lo porto. VIRGINIA - Grazie. SEVERINO - Io ho fatto il concorso da cantoniere e muratore. Entro in queste due politiche e faccio di tutto, dal cantoniere al muratore alla fine non c’era la guardia perché era andata in pensione…” Severino, fa la guardia!” Poi lo spazzino si è ammalato, è morto e allora…giù anche spazén! Ho fatto anche qualche sepoltura. VIRGINIA - Un vero jolly!!! SEVERINO - Dopo alla fine, dopo c’è stato un incidente che te te lo ricordi quando hanno ucciso quei due ragazzini qui delle scuole? La figlia della Elda, Bigucci l’ex Sindaco mi chiama…alla fine se si tratta di poter essere utile, di salvare qualche creatura perché no! ..faccio il servizio per gli attraversamenti pedonali per tutte le scuole, qui a Pianventena l’ho fatto per tre quattro anni il servizio. Un giorno mi ha fermato una macchina che per poco um fa filotto! I bambini uscivano dalle scuole, andava forte la macchina, ho fischiato, l’ho fermata, solo che non avevo la divisa. Avevo la paletta ma non avevo la divisa. Ho chiesto i documenti, questo qui mi manda giù il vetro…vedo i documenti e una pistola. In quel momento…cosa faresti te? Ho detto” vada vada, che se escono i bambini, dico, devo stare là!”Ma il cuore…pum pum pum . Dopo gliel’ho detto , dico prendiamo dei provvedimenti quando mi vedono sulla strada sanno che c’è una figura che può fermarli altrimenti non ci vado più! E’ stato quell’anno che hanno preso a Marciano uno di quelli delle Brigate Rosse, non mi ricordo il nome di questa persona, comunque avevano fatto un colpo grosso a Marciano e qui c’era un movimento di gente poco simpatica. Allora sto Sindaco m’ha detto …allora ti facciamo la divisa! Han preparato tutta la documentazione, sono andato a fare il giuramento, i vigili c’erano…assunto in piena regola! Alla fine ho fatto anche il Campanaro! A San Giovanni alla morte di un pezzo importante dell’amministrazione…fino a poco tempo fa c’era un segno : si suonava il campanone della Torre e chi andava? Severino. Caricavo con quei pesi l’orologio sotto. VIRGINIA - Severino racconta un po’ come si faceva a far funzionare l’orologio? SEVERINO - L’orologio è a pesi che uno era di 120-130 kg e l’altro in pietra, larghi così e alti così con un gancio e una catena che andavano quei bilancieri che adesso più di tanto non me ne intendo, bisognava passarlo attorno ad una carrucola, la giravi, tiravi su e pian piano quello scendeva, si appoggiava per terra, se nessuno andava là l’orologio non andava! CORRADO - La carica quanto durava, una giornata? SEVERINO - No, di più. SEVERINO - Io ho anche salvato il telone in fondo al teatro , anche la stampa delle poltroncine era da tenere ma non avevamo i magazzini, non avevamo dove metterlo. VIRGINIA - E altre cose importanti che hai salvato? SEVERINO - Mi fai venire in mente l’alluvione , era l’87 il 19 agosto, è stato un inferno. Eravamo lì io e un altro muratore che lavorava con noi …al mattino verso le 08.00 era buio come fosse mezzanotte. Arriva Rossi l’ex vigile di San Giovanni…diceva “ Tutto succede dalle altre parti, qui da noi non succede niente!” Gli ho detto “ Adesso vedrai!” Alle 09.40 di orologio che ancora mi ricordo , sono arrivate delle telefonate in Comune che dovevo andare a chiudere al Tavollo il posticino, l’acqua già passava sopra, di sotto tra noi e Gradara l’altro ponte sempre sul Tavollo era già partito un pezzo di ponte con l’acqua! Prendo i segnali per andare a chiudere la strada, arrivo a san Giovanni dove c’è il cinema, già c’era l’acqua che arrivava davanti al cinema. Quella lì è stata un’alluvione non dico voluta comunque un po’ per trascuratezza delle cose. C’era il centro estivo che io avevo i figli dentro, l’acqua arrivava ai gradini, stava entrando dentro! Non sapevo più dove battere la testa insomma! Arriva un amico con un trattore “ Dai che andiamo a vedere di quei ragazzini”, monto con lui ma il trattore è un po’ leggero , s’imbarca nell’acqua, scivolavamo via…peggio di così non si poteva. Ecco che arriva il famoso Rossi , lui è stato sempre forte, simpatico, era bravo. Arriva con una corda lunga sulle spalle, fa il laccio poi la tira di là, al secondo lancio riesce ad agganciarla a un palo della segnaletica, poi si è legato bene, è andato là e pian pianino tutta la gente l’ha portata di qua. Poi c’era il geometra che voleva andare a vedere le condizioni del territorio, avevano una seicento, montano su l’acqua era quasi 80 centimetri, le ruote non prendevano più, si sono fermati oltre la Gilmar, sono andati nel fosso…c’era anche da ridere! Ma il dopo, il dopo è stato impressionante…animali morti…polli…merci. |
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Nelle parole di CORRADO BIANCHI 4 marzo 2005 Pianventena (San Giovanni in Marignano) CORRADO - Sono nato il 29 aprile 1943. Non sono di San Giovanni, vengo da Monte Colombo. Qui mi son trasferito negli anni 60. Ho avuto un’infanzia un pochino difficile nel senso che erano gli anni della guerra. Ho avuto dei problemi, la famiglia è stata sfollata. In paese c’era la guerra quindi la popolazione evacuava in altre zone più tranquille. Una vita un po’ difficile, il padre mi è morto che avevo due anni, non l’ho neanche conosciuto. Ho avuto dei problemi post bellici, come vedi mi son bruciato in viso, son caduto sul fuoco. C’erano delle polveri milesi che adoperavano come micce, qui da noi le chiamavano spaghetti, come bucatini, facevano da miccia. In quel periodo praticamente c’era il reclutamento di tutti questi ordigni bellici che venivano raccolti, poi venivano ritirati, smaltiti però questo tipo di ordigno, viene adoperato come gioco, si accendeva poi questo scoppiava , faceva come un fuoco d’artificio. Per me è stato tragico. |
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